Fin dall’origine dei tempi l’uomo ha posto tra sé e la soddisfazione dei suoi bisogni – fisici e spirituali – uno o più livelli di mediazione. C’è sempre stato qualcuno o qualcosa tra lui e l’oggetto finale delle sue attenzioni.
Una figura di mediazione che di volta in volta assumeva aspetti e volti differenti: un giudice, un maestro, un politico, un avvocato, un poliziotto, un prete, un commerciante, un bibliotecario, un artista, ecc. E’ stato così per tutta la storia dell’umanità e per molti versi anche oggi è ancora così. Ma negli ultimi decenni lo scenario sta bruscamente mutando e lo sta facendo in modo esponenziale, come esponenziali sono i tempi in cui viviamo. Gli intermediari stanno ad uno ad uno cadendo. Viviamo l’epoca della cosiddetta disintermediazione, in cui l’uomo intende essere sempre più protagonista delle sue scelte e tende a ridurre, riconsiderare, eliminare i rapporti con le figure di mediazione. Figure e istituzioni che, a vario titolo, hanno gestito modi, tempi e contenuti nei contesti più ampi e diversificati: dalla fede al commercio, dall’istruzione all’arte. Grazie a un nuovo sistema di conoscenza condivisa, alla possibilità di raggiungere facilmente e ovunque contenuti e informazioni grazie a processi digitali, alla maturazione di una più spiccata sensibilità e consapevolezza, possiamo dire che oggi gli individui tendono a essere “professionisti” in ambiti assai più ampi che in passato.
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