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Rotte artiche: possono davvero cambiare la geografia del commercio mondiale?

Mentre il conflitto in Medio Oriente e il blocco dello Stretto di Hormuz stanno mettendo sotto pressione gli scambi globali, riportando al centro il tema della vulnerabilità dei grandi corridoi marittimi, le rotte artiche tornano ad attirare attenzione come possibile alternativa.
Secondo una nuova analisi di Coface, tra i leader mondiali nell’assicurazione del credito e nella gestione del rischio commerciale, il loro potenziale resterà tuttavia limitato nei prossimi cinque anni, nonostante il progressivo cambiamento delle condizioni di navigazione legato al riscaldamento climatico.

Le rotte artiche non rappresentano, allo stato attuale, un’alternativa credibile per il trasporto containerizzato, ma potrebbero offrire vantaggi concreti per alcuni flussi di materie prime, in particolare petrolio e gas, soprattutto per le esportazioni dal Nord Europa e dagli Stati Uniti verso l’Asia.

Dati essenziali:

  • 80%: quota del trasporto marittimo nel commercio mondiale di beni.
  • 3,5%: quota degli scambi tra Asia orientale, Europa e Nord America, che entro cinque anni potrebbe effettivamente transitare attraverso le rotte artiche.

Distanze più brevi, ma in un sistema marittimo globale sempre più esposto

Oltre l’80% del commercio mondiale di merci viaggia via mare. Questi flussi si concentrano tra tre grandi aree, Asia orientale, Europa e Nord America e si appoggiano a un numero ristretto di passaggi strategici. È proprio questa concentrazione a rendere il commercio globale particolarmente vulnerabile agli shock geopolitici.

Le tensioni registrate negli ultimi mesi nel Mar Rosso, insieme a quelle legate allo Stretto di Hormuz e ai cambiamenti nelle politiche commerciali internazionali, in particolare negli Stati Uniti, hanno evidenziato ancora una volta questa fragilità. In questo contesto, le rotte artiche riemergono come ipotesi alternativa, anche perché consentirebbero una riduzione sensibile delle distanze: fino al 40% tra Asia orientale e Nord Europa e circa il 20% verso la costa orientale del Nord America. Il miglioramento della navigabilità legato al cambiamento climatico riapre quindi il dibattito sulla loro sostenibilità economica.

Un’opportunità concreta soprattutto per le materie prime

Per valutare l’effettiva convenienza di queste rotte, Coface ha confrontato i costi unitari di trasporto lungo le rotte artiche e quelli dei corridoi tradizionali su due direttrici principali, Asia, Nord Europa e Asia, Nord America, considerando tre grandi categorie di navi: petroliere, portarinfuse e portacontainer.

L’analisi mostra che, in un orizzonte di cinque anni, le rotte artiche resteranno destinate prevalentemente al trasporto di materie prime. I vantaggi di costo risultano particolarmente significativi per le rinfuse liquide (petrolio greggio, diesel, metanolo o GNL) con riduzioni che in alcuni casi possono arrivare fino al 45%-50%. Anche le rinfuse secche, come cereali, minerali e materiali da costruzione, potrebbero diventare competitive, ma soprattutto nei casi in cui la navigazione possa avvenire senza il supporto dei rompighiaccio.

Diversa, invece, la situazione del trasporto containerizzato. Nonostante i percorsi più brevi, i limiti operativi, la ridotta dimensione delle navi e i costi specifici della navigazione artica continuano a renderlo poco competitivo rispetto alle rotte tradizionali, che beneficiano di economie di scala molto più favorevoli.

Impatto contenuto sugli scambi globali, ma con alcuni vincitori

Nel complesso, solo il 3,5% degli scambi tra Asia orientale, Nord Europa e Nord America potrebbe realmente utilizzare le rotte artiche. Nel breve periodo, il loro impatto sulla mappa del commercio mondiale resterebbe quindi limitato.
Alcuni comparti potrebbero però trarne beneficio. È il caso, in particolare, delle filiere legate ai cereali, all’energia, ai metalli e al legname.

In termini di valore, circa il 7% delle merci esportate dal Nord America verso l’Asia orientale potrebbe transitare per l’Artico: parliamo di circa 22 miliardi di dollari, di cui 6 miliardi nelle rinfuse secche e 16 miliardi nelle rinfuse liquide.

Gli esportatori di rinfuse localizzati nel Nord-Est degli Stati Uniti o nel Nord Europa potrebbero quindi rafforzare la propria competitività sui mercati asiatici grazie a minori costi di trasporto e tempi di transito più brevi. Al contrario, alcuni concorrenti del Sud America, come il Brasile per il minerale di ferro o il Cile per il rame e dell’Africa, come la Repubblica Democratica del Congo per alcune risorse minerarie, potrebbero perdere competitività relativa sul piano logistico.

Anche alcuni Paesi particolarmente dipendenti dalle rotte tradizionali potrebbero risultare esposti. È il caso di Egitto e Panama, dove i ricavi generati dai rispettivi canali hanno un peso significativo sull’economia nazionale. Allo stesso modo, alcuni grandi hub portuali del commercio Asia-Europa, come Singapore e in misura minore, Jebel Ali, potrebbero vedere ridimensionato nel tempo il proprio ruolo strategico se una parte dei flussi commerciali dovesse spostarsi verso nord. Si tratta però di un rischio ancora di lungo periodo, poiché entro il 2030 non si prevede un’apertura significativa della rotta artica al traffico containerizzato.

Più che una scorciatoia commerciale, una questione geopolitica

Se da un lato le rotte artiche offrono un vantaggio in termini di distanza, dall’altro il loro sviluppo continua a scontrarsi con vincoli strutturali importanti. Le finestre di navigazione restano stagionali, le condizioni del ghiaccio sono ancora variabili e difficilmente prevedibili, e il ricorso ai rompighiaccio rimane spesso indispensabile.

Per questo motivo, l’Artico sta assumendo sempre più il profilo di uno spazio di competizione strategica. La Rotta del Mare del Nord resta in larga parte sotto il controllo della Russia, mentre la Cina sta rafforzando gradualmente la propria presenza e le proprie capacità polari. Anche gli Stati Uniti puntano ad accrescere la propria influenza nell’area. In questo scenario, lo sviluppo delle rotte artiche non dipende soltanto da una valutazione logistica o di costo, ma coinvolge temi più ampi come la sovranità, il controllo delle infrastrutture critiche, l’accesso alle risorse e il riequilibrio dei rapporti di forza.

Nel breve termine, il valore di queste rotte appare quindi più politico che commerciale. Finché il trasporto containerizzato non diventerà economicamente sostenibile su larga scala, è improbabile che le rotte artiche modifichino in profondità gli equilibri del commercio mondiale.

Ernesto De Martinis, Ceo di Coface Mediterranean & Africa Region.

Ernesto De Martinis, CEO Coface Mediterranean & Africa Region e Board Member, commenta: “Le rotte artiche stanno tornando al centro dell’attenzione perché, in teoria, offrono un vantaggio evidente in termini di distanza e tempi di percorrenza. Tuttavia, almeno nel medio termine, il loro impatto reale sul commercio globale resterà contenuto. I limiti operativi, i costi della navigazione artica e la forte stagionalità continuano a ridurne la competitività, soprattutto per il trasporto containerizzato. Per alcune materie prime, invece, queste rotte possono rappresentare un’opportunità concreta e contribuire a ridefinire in parte i vantaggi logistici tra aree geografiche. Più che un cambiamento immediato degli equilibri commerciali, oggi l’Artico rappresenta soprattutto un osservatorio strategico delle nuove tensioni geopolitiche e delle trasformazioni in corso nel commercio internazionale.”

 

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Economia/ImpresePeople

Tack TMI Italy: soft skill decisive per più di 8 lavoratori su 10, ma solo il 36% ha partecipato alla formazione nell’ultimo anno

Più rilevanti delle competenze tecniche, oggi in cima per importanza tra le soft skill ci sono organizzazione del lavoro e orientamento ai risultati, per il domani saranno le competenze digitali trasversali, ma permane difficoltà nel conciliare la formazione con le priorità operative. (altro…)

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Economia/Imprese

100 anni di Cegos Group, l’International Barometer 2026 esplora le sfide del lavoro, la formazione e l’impatto delle tecnologie

Barometer “Transformation, Skill & Learning” 2026
In occasione dei suoi 100 anni, il Gruppo Cegos analizza le trasformazioni del lavoro a livello globale e i loro impatti sulla formazione di domani.
Il 68% dei Direttori HR indica IA e automazione come principali trasformazioni che impatteranno le competenze nei prossimi 2 anni.
Solo il 32% dei lavoratori si è già formato sull’IA tramite community di pratica o formazione proposta dalla propria azienda. (altro…)

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EditorialiInnovazione

Stiamo diventando più stupidi per colpa dell’AI?

di Leonardo Marabini – docente universitario e consulente d’azienda

La mia generazione associava il nome “Flynn” a quell’attore da cappa e spada nei film anni ’40, il grande Errol. Mai avremmo immaginato che decenni dopo quel nome potesse provocare un sentimento misto d’inquietudine e preoccupazione. Tutta colpa di un suo omonimo scienziato, James Flynn, che negli anni ’80 si dedicò all’analisi dei test di misurazione del QI (Quoziente Intellettivo) nel mondo, scoprendo un semplice fenomeno: i punteggi medi delle popolazioni occidentali crescevano costantemente nel tempo. In media, 3 punti di QI per decennio. Ancora oggi questa crescita viene chiamata “Effetto Flynn”.
Le cause, secondo Flynn e altri scienziati, sono molteplici: una migliore alimentazione, una minor esposizione a malattie infantili, una maggiore scolarizzazione, il vivere in ambienti cognitivamente più stimolanti, la crescente familiarità con logica astratta e simbolica, l’accesso più facile alle fonti d’informazione. In breve, la genetica non c’entrerebbe nulla, ma lo sviluppo dell’intelligenza sarebbe soprattutto figlio del cambiamento ambientale.
E oggi come siamo messi? Di primo acchito, verrebbe da rispondere: “male”.

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Economia/Imprese

AxL accelera la crescita: ricavi a 130,6 milioni, EBITDA +15,3% e nuove filiali. Al timone il nuovo DG Cristian Sala

AxL – Agenzia per il Lavoro, tra i principali operatori italiani nei servizi per il lavoro e le risorse umane, annuncia la nomina di Cristian Sala come nuovo Direttore Generale e mette in risalto le performance raggiunge nell’ultimo anno, consolidando il proprio posizionamento nel mercato italiano anche attraverso un programma di aperture di nuove filiali.
Segnali significativi per l’Agenzia che prosegue nel percorso di crescita avviato negli ultimi anni anche a seguito del suo ingresso (2024) nel Gruppo internazionale Groupe Adéquat, tra i principali player globali nel mercato del lavoro.
In un contesto di mercato in flessione (-1,38%), AxL registra una crescita significativa e si posiziona ai vertici nazionali per performance tra le agenzie per il lavoro con oltre 1.500 FTE, con ricavi in aumento da 118,8 milioni di euro nel 2024 a 130,6 milioni nel 2025, pari a un incremento del 10%. In miglioramento anche la redditività: l’EBITDA passa da 3,9 milioni a 4,5 milioni di euro, segnando un +15,3%.

IL NUOVO DG, CRISTIAN SALA
Cristian Sala, classe ‘72, ex vice campione italiano di karate, dopo gli studi in Economia e Commercio all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha iniziato la propria carriera nell’area Finance all’interno di multinazionali dei settori ICT e Pharma. Ha ricoperto il ruolo di Senior Controller in B. Braun Group per approdare poi in Kelly Services nel 2006 come Financial Controller. Negli anni ha intrapreso un percorso di crescita con responsabilità crescenti all’interno del management, prima come CFO, poi come Country Manager, fino a diventare Amministratore Delegato nel 2017. Nel corso della sua carriera ha maturato una solida esperienza in contesti organizzativi nazionali e internazionali complessi, sviluppando competenze strategiche nella crescita e trasformazione delle organizzazioni. Da gennaio 2026 è alla guida di AxL – Agenzia per il Lavoro.
L’ingresso di Cristian Sala nel team di AxL è l’ultimo tassello del percorso strategico avviato negli ultimi anni dall’azienda con il chiaro intento di rafforzare il posizionamento dell’Agenzia con un’anima internazionale ma da sempre radicata nel tessuto economico e imprenditoriale italiano.
«AxL rappresenta una realtà con una profonda conoscenza del mercato del lavoro italiano ma con un respiro internazionale – commenta Cristian Sala, Direttore Generale di AxL – il nostro legame con il Groupe Adéquat, infatti, ci consente oggi di unire visione ad ampio raggio e radicamento territoriale. L’obiettivo è crescere valorizzando persone e competenze specifiche, puntando su una comprensione approfondita delle dinamiche e dei distretti economici, sperimentando nuovi modelli di recruiting e rafforzando il ruolo dell’agenzia per il lavoro come partner strategico per imprese e persone in cerca di lavoro».

APPROCCIO “GLOCAL”
Negli ultimi anni AxL – Agenzia per il Lavoro ha saputo evolvere verso un modello sempre più internazionale mantenendo un forte “cuore italiano” e una strategia aziendale fondata su tre pilastri: ascolto, affiancamento e alleanza, un approccio che punta a costruire relazioni durature con aziende e persone andando oltre la logica della semplice intermediazione per creare rapporti basati sul valore condiviso.
Dalla collaborazione con il gruppo francese è emersa col tempo una parola chiave che è diventata per AxL una vera e propria dichiarazione d’intenti: “coraggio”. 
Il coraggio inteso come capacità di sperimentare, di uscire dagli schemi tradizionali del settore per abbracciare nuovi modelli di recruiting e nuove modalità di relazione con clienti e lavoratori.
Un orientamento coerente con il payoff del gruppo, “Global Solutions, Local Expertise”, e con la scelta strategica di valorizzare professioniste e professionisti profondamente radicati nei territori in cui operano.

PIANO DI SVILUPPO E NUOVE APERTURE
Il percorso di crescita prosegue anche attraverso l’espansione territoriale. A inizio 2026 AxL ha inaugurato una nuova filiale a Lucca; sono inoltre previste aperture in provincia di Vicenza e Brescia, all’interno di un piano di sviluppo pluriennale che prevede diverse nuove sedi a copertura e presidio delle aree strategiche e di distretti economico-industriali di maggior rilevanza in Italia. Questi nuovi punti si aggiungono quindi alle oltre 30 agenzie già presenti sul territorio nazionale.

AxL S.p.A – Agenzia per il Lavoro è parte del Gruppo Adéquat. 

Oltre ad AxL – Agenzia per il Lavoro, fondata nel 2004 e presente sul territorio nazionale con oltre 30 filiali, il Gruppo in Italia è composto anche da:
AxL Formazione, società di formazione e consulenza, è stata costituita nel 2015. I suoi servizi sono focalizzati sia su corsi di formazione per privati e aziende, sia sull’analisi dei processi delle organizzazioni e del benessere delle persone con progetti orientati alla crescita delle competenze e alla valorizzazione dei candidati.
Job Centre è un’agenzia formativa con sede a Padova, accreditata dalla Regione Veneto (Nord-Est Italia) per la Formazione Continua, la Formazione Superiore e i Servizi per il Lavoro.
Job Centre è un centro di formazione nato nel 2002 che crede nella centralità della persona e si impegna a far sì che le aziende e i singoli ricordino ogni interazione con il team come significativa e preziosa.
La visione di Job Centre si concentra sull’importanza di generare continue opportunità di crescita e sviluppo per le aziende e gli individui.
Unilinea è stata fondata nel 1999 e si è subito specializzata nella gestione di servizi di BPO – Business Process Outsourcing, in particolare nel settore bancario e finanziario. Azienda di oltre 60 persone, è un punto di riferimento per i più importanti interlocutori istituzionali del settore bancario, finanziario, assicurativo, immobiliare ed energetico.
Il Groupe Adéquat, un’azienda familiare privata fondata nel 1987 a Lione, in Francia; è la 38ª più grande agenzia di reclutamento a livello globale (Fonte: SIA). Con 400 sedi in 6 paesi, il Groupe Adéquat è rapidamente diventato un formidabile concorrente in diversi settori, tra cui retail, food & beverage, logistica, supply chain, costruzioni, scienze della vita, energia, ambiente e aviazione. Il gruppo è composto da 6 marchi: Adéquat Interim & Recrutement (Francia); Adsearch (Francia); Totem (Canada); Sigmar Recruitment (Irlanda); Connect (Paesi Bassi); Skillflex (Belgio); e Gruppo AxL (Italia).
Il gruppo impiega 1.900 persone, lavora con 16.000 clienti ogni anno e supporta oltre 200.000 persone nell’inserimento lavorativo.

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Economia/ImpresePeople

Tecnocasa: i pensionati sono il 7,7% sul totale degli acquisti di abitazioni e comprano trilocali nel 36,5% dei casi

COMPRAVENDITE PENSIONATI
L’analisi delle operazioni effettuate nel 2025 attraverso le agenzie del Gruppo Tecnocasa evidenzia che, nel 79,5% dei casi, i pensionati hanno scelto l’acquisto, mentre nel 20,5% hanno optato per l’affitto.
Nel 2024 si registravano quote simili, mentre negli anni precedenti la componente legata all’affitto era più elevata (nel 2022, ad esempio, sfiorava il 28%).
Sempre più spesso quindi i pensionati preferiscono l’acquisto all’affitto.
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Economia/Imprese

Trasparenza salariale: per le aziende italiane non è più solo compliance, ma una leva strategica per attrarre talenti

La direttiva europea 2023/970 sulla pay transparency accelera il cambiamento anche in Italia, dove la condivisione della retribuzione resta ancora un tabù: il 51% dei lavoratori parla di stipendio solo con il partner e solo l’8% con i colleghi.

 In Italia, la retribuzione continua a essere un tema poco condiviso all’interno delle organizzazioni: la maggior parte dei lavoratori ne parla solo in ambito privato, con il 51% che si confronta esclusivamente con il partner, il 28% ne discute con familiari o amici e appena l’8% condivide queste informazioni con i colleghi. Dati che comunicano un’opacità importante e che la normativa europea 2023/970 punta oggi a superare.

In questo contesto Sesame HR, piattaforma tecnologica europea per la gestione digitale delle risorse umane, osserva un crescente interesse da parte delle aziende italiane verso modelli di gestione delle persone più strutturati e trasparenti, spinti dall’avvicinarsi dell’implementazione della direttiva europea sulla pay transparency.

Per il tessuto imprenditoriale italiano, composto per oltre il 90% da PMI, il cambiamento richiesto è particolarmente rilevante. Infatti, molte organizzazioni operano ancora con sistemi retributivi poco formalizzati e con livelli di trasparenza limitati, rendendo necessario un salto di qualità sia nei processi sia nella cultura aziendale.

Dallo studio European HR Leaders Survey condotto da Sesame HR su oltre 570 direttori e responsabili HR in Europa, emerge come la trasparenza salariale e l’equità retributiva siano tra le principali sfide emergenti per le organizzazioni nei prossimi anni. Allo stesso tempo però, la ricerca sottolinea come molte aziende non siano ancora pienamente pronte ad affrontare questo cambiamento, soprattutto in termini di strumenti, processi e cultura.

Il quadro che emerge è quello di una funzione HR in trasformazione, sempre più chiamata a un ruolo strategico ma ancora fortemente appesantita da attività operative: oltre il 60% dei team HR dedica più del 40% del proprio tempo ad attività amministrative. Questo rallenta la capacità delle organizzazioni di affrontare in modo strutturato temi complessi come la trasparenza salariale.

“Parlare di trasparenza salariale significa parlare di fiducia, ma anche di responsabilità organizzativa. Non basta rendere visibili gli stipendi: le aziende devono costruire sistemi chiari, criteri oggettivi e percorsi di crescita comprensibili.” ha sottolineato Tiago Santos, VP of Community and Growth di Sesame HR. “La vera sfida non è mostrare i numeri, ma spiegare come questi si costruiscono e come evolvono nel tempo. È questo che permette di creare coerenza, ridurre le asimmetrie e rafforzare davvero il rapporto tra aziende e persone.”

La direttiva introduce infatti obblighi che vanno oltre la semplice comunicazione degli stipendi, richiedendo maggiore chiarezza sui criteri di crescita, valutazione delle performance e sistemi di inquadramento. Un cambiamento che impone alle aziende un’evoluzione più ampia dei propri modelli di gestione.

La trasparenza salariale non rappresenta quindi solo un adeguamento normativo, ma una leva strategica e per le aziende italiane, la sfida non è solo adeguarsi, ma cogliere l’opportunità di rafforzare la propria cultura organizzativa e il proprio posizionamento, evolvendo verso modelli più chiari, equi e sostenibili nel lungo periodo.

In questo scenario, soluzioni tecnologiche come quelle sviluppate da Sesame HR possono supportare le aziende nello strutturare processi più trasparenti e coerenti, facilitando la gestione dei dati retributivi, la definizione di criteri oggettivi e una comunicazione interna più chiara. Un passaggio chiave per trasformare un obbligo normativo in un reale vantaggio competitivo.

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Economia/Imprese

Agritech e Food & Beverage, pilastri dell’export italiano sotto pressione

Dalle tensioni nel Golfo Persico alle fragilità delle supply chain globali fino alla volatilità valutaria: perché due settori chiave dell’economia italiana sono esposti ai nuovi rischi del commercio internazionale.
A firma di Marta Bonati, Country Manager di Ebury Italia.

L’agroalimentare e le tecnologie agricole rappresentano due colonne portanti dell’economia italiana. Il primo continua a registrare risultati record sui mercati internazionali, mentre il secondo si conferma uno dei comparti più competitivi della manifattura nazionale. Secondo le stime di Coldiretti, la filiera agricola (che comprende agricoltura, industria alimentare, distribuzione e ristorazione) contribuisce all’economia con oltre 580 miliardi di euro di valore e impiega circa 4 milioni di persone. Eppure, proprio questi due settori strategici, oggi, risultano sempre più esposti alle tensioni geopolitiche e alle fragilità delle catene di approvvigionamento globali. Non è tanto la domanda di prodotti italiani a essere in discussione (che resta elevata) quanto la stabilità delle infrastrutture economiche e finanziarie su cui si regge il commercio internazionale.

Nel 2025 il valore dell’export agroalimentare italiano ha sfiorato i 73 miliardi di euro, con una crescita di circa il 5% rispetto all’anno precedente, secondo le elaborazioni di AgriMercati ISMEA. A trainare la domanda globale restano le principali filiere del Made in Italy, dal vino alla pasta, dai prodotti lattiero-caseari ai trasformati da forno, che continuano a consolidare la loro presenza nei mercati maturi come Stati Uniti e Germania e ad espandersi in diverse economie asiatiche.

Accanto al Food & Beverage, anche la filiera delle tecnologie agricole rappresenta uno dei comparti più dinamici della manifattura italiana. Il settore delle macchine agricole e delle soluzioni per l’agricoltura è tra i più internazionalizzati del sistema industriale: circa il 70% della produzione viene esportato, mentre il valore complessivo delle vendite ha superato negli ultimi anni i 16 miliardi di euro. Parallelamente, cresce il mercato dell’Agricoltura 4.0. Secondo l’Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano, il valore delle tecnologie digitali applicate all’agricoltura in Italia ha raggiunto circa 2,5 miliardi di euro, con tassi di crescita annui vicini al 20%.

Tuttavia, proprio questi due settori, fortemente orientati all’export, dipendono in misura crescente dalla stabilità delle catene di approvvigionamento globali. L’industria agroalimentare italiana, pur eccellendo nella trasformazione, importa una quota significativa delle materie prime agricole utilizzate nella produzione, in particolare cereali, mangimi e semi oleosi. Allo stesso tempo la produttività agricola dipende da energia, fertilizzanti e componenti tecnologici. Quando questi flussi diventano più costosi o subiscono interruzioni, l’impatto si estende rapidamente all’intera filiera.

È in questo contesto che le tensioni nel Golfo Persico assumono una rilevanza economica più ampia. Lo Stretto di Hormuz rappresenta infatti uno dei nodi più critici del commercio globale: attraverso questo corridoio marittimo transita circa il 20% del petrolio mondiale trasportato via mare. Nelle ultime settimane, il traffico nello stretto ha subìto un forte rallentamento, tra chiusure e riaperture, e diverse compagnie di navigazione stanno rinviando o sospendendo le traversate per ragioni di sicurezza, con conseguenze potenziali sui tempi di consegna e sui costi logistici tra Europa, Asia e Medio Oriente.

Per la filiera agroalimentare gli effetti passano innanzitutto dall’energia. L’aumento del prezzo del petrolio incide direttamente sui costi agricoli, dal carburante per i macchinari ai sistemi di irrigazione, fino alla trasformazione industriale e al trasporto refrigerato degli alimenti. A questo si aggiunge la questione dei fertilizzanti: il Golfo Persico è uno dei principali hub mondiali per la produzione e l’esportazione di ammoniaca e fertilizzanti chimici, elementi fondamentali per la produttività agricola. Eventuali interruzioni nelle forniture potrebbero quindi generare nuove pressioni sui costi lungo l’intera filiera.

Ai rischi logistici ed energetici si affianca la volatilità valutaria, un fattore spesso sottovalutato. Le attuali tensioni geopolitiche accentuano le oscillazioni tra le principali valute internazionali, con conseguenze dirette sulle imprese esportatrici. Una tale instabilità non solo può influire sui rapporti di cambio tra euro e dollaro, la moneta di regolazione per gran parte del commercio globale di energia e materie prime, secondo il Fondo Monetario Internazionale, ma anche sulle valute dei mercati di destinazione, specie nei Paesi emergenti. Per le aziende italiane di Food & Beverage e Agritech, che esportano sempre più verso Stati Uniti, Medio Oriente e Asia, ciò comporta un potenziale impatto sui margini di profitto e sulla prevedibilità dei ricavi.

Nonostante il Food & Beverage italiano continui a registrare risultati record sui mercati globali, il contesto internazionale diventa sempre più complesso. La domanda di prodotti italiani resta solida, ma aumentano i fattori di incertezza legati alla logistica globale, ai costi energetici e alla volatilità dei mercati valutari. In questo scenario, rafforzare la resilienza delle filiere produttive diventa una delle principali sfide per le imprese. Tecnologie come l’agricoltura di precisione, l’uso più efficiente di acqua e fertilizzanti e la digitalizzazione delle supply chain possono contribuire a ridurre la dipendenza da input esterni e migliorare la sostenibilità delle produzioni. Allo stesso tempo, una gestione più strutturata del rischio finanziario e valutario può aiutare le aziende a proteggere margini e competitività sui mercati internazionali.

Per un paese fortemente orientato all’export come l’Italia, Agritech e Food & Beverage non rappresentano soltanto due comparti industriali di eccellenza. Sono anche uno dei principali strumenti con cui l’economia nazionale si posiziona nei mercati globali. Proprio per questo, in un contesto segnato da tensioni geopolitiche e crescente volatilità finanziaria, la stabilità delle rotte commerciali e dei mercati valutari diventa un fattore sempre più decisivo per la competitività del Made in Italy.

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