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Business

Eventi biz

VICENZAORO JANUARY 2026, IL GIOIELLO NEL BUSINESS HUB INTERNAZIONALE DI IEG

Oltre 1.300 brand espositori, di cui il 40% provenienti dall’estero e più di 560 buyer internazionali ospitati con ICE Agenzia: sono parte della fiera in corso fino a martedì 20 gennaio 2026 nel quartiere fieristico di Italian Exhibition Group.
In contemporanea si svolge T.Gold, il salone internazionale b2b dedicato alle tecnologie più innovative per la filiera del gioiello, mentre l’ottava edizione di VO Vintage, il marketplace di orologi e gioielli d’epoca,  sarà aperto al pubblico fino a lunedì 19 gennaio 2026.

Il gioiello e la sua filiera completa, nel business hub internazionale di Italian Exhibition Group.
Apre il 16 gennaio Vicenzaoro January 2026, nel quartiere fieristico di IEG, fino a martedì 20. Con un sold-out ormai consolidato da oltre 1.300 brand espositori, Vicenzaoro ospita la community globale del gioiello per cinque giorni dedicati a business, formazione, informazione, trend e networking, inaugurando il calendario mondiale delle fiere di settore. In contemporanea, T.Gold, il salone di riferimento per tecnologie e macchinari per l’oreficeria e la gioielleria, mentre l’ottava edizione di VO Vintage, marketplace di orologeria e gioielleria vintage di alta gamma, è aperta con ingresso gratuito fino a lunedì 19 gennaio a esperti, collezionisti e appassionati. 

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LifestylePeople

Vacanze di Natale: spenderemo 5 miliardi (+31%)

Quasi 8 milioni di italiani truffati nella ricerca di una vacanza.
8 viaggiatori su 10 sceglieranno l’Italia. Ci sposteremo soprattutto in auto.
Sono 10 milioni gli italiani che quest’anno si concederanno una vacanza durante le festività natalizie, con un budget medio pari a 440 euro e una spesa totale che supererà i 5 miliardi di euro, in aumento del 31% rispetto al 2024. I dati arrivano dall’indagine, commissionata da Facile.it a EMG Different, realizzata su un campione rappresentativo della popolazione nazionale.

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Economia/ImpreseMarketing

Poste Italiane prima in Europa per qualità e trasparenza della comunicazione digitale corporate e finanziaria

Con il punteggio di 95,9 su 100 il sito www.posteitaliane.it è in testa alla classifica Webranking Europe 500 stilata da Lundquist

Poste Italiane è la prima delle 500 principali aziende europee per capitalizzazione nella trasparenza della comunicazione corporate e finanziaria sui canali digitali. Il risultato è il frutto della ricerca “Webranking Europe 500” la classifica stilata da Lundquist, in collaborazione con la società svedese Comprend, che analizza la chiarezza e la correttezza del flusso informativo rivolto a investitori, cittadini e stakeholder.

Il sito posteitaliane.it del Gruppo guidato dall’AD Matteo Del Fante e dal Direttore Generale, Giuseppe Lasco, sul podio della rilevazione Webranking Europe 500 già nel 2024 con il secondo posto, ha ottenuto il punteggio di 95,9 su 100 affermandosi sia nella classifica assoluta sia in quella di settore.

L’aspetto ancora più significativo del percorso di Poste Italiane è la rapida ascesa dell’azienda nella classifica: nel 2016, infatti, Poste italiane era collocata in 246esima posizione, a dimostrazione del valore del lavoro compiuto dall’azienda nella comunicazione digitale nell’arco di un decennio.

La ricerca ha motivato il primato europeo di Poste Italiane spiegando che l’azienda “ha continuato a crescere e ora è in cima alla classifica per la prima volta, raggiungendo il punteggio rilevante di 95,9 su 100 punti. L’azienda si distingue per la solida governance e le informazioni sulle relazioni con gli investitori, nonché per i contenuti chiari e tempestivi relativi alla stampa e al titolo. Il sito web di Poste Italiane riflette un approccio di comunicazione ben integrato, in cui informazioni finanziarie, di sostenibilità e aziendali sono interconnesse”.

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Economia/Imprese

Salario minimo: Europa a confronto dopo la pronuncia della Corte di Giustizia europea

L’analisi dello Studio legale Daverio & Florio ha messo a confronto alcuni principali Paesi
per fotografare la situazione legislativa sui salari minimi.
Tra questi Germania, Belgio, Olanda, Irlanda, Spagna e Francia.

La Corte di Giustizia europea si è recentemente pronunciata sul tema del salario minimo a seguito del ricorso presentato dalla Danimarca, che ne richiedeva l’annullamento. La Corte ha respinto il ricorso, là dove veniva contestata la competenza dell’Unione Europea ad occuparsi di un tema che vede ancora profonde differenze fra i paesi dell’Unione, quanto alla misura media dei salari, stabilendo come la direttiva non imponga per questo aspetto alcuna convergenza, limitandosi ad imporre però la diffusione di misure a tutela dei livelli retributivi più bassi come una misura necessaria per garantire condizioni di vita e di lavoro dignitose.

In coerenza con queste premesse, il ricorso è stato invece accolto là dove la direttiva imponeva un meccanismo di adeguamento all’inflazione o il divieto di riduzione del salario minimo, nei paesi in cui questo esiste già. Ed infatti la direttiva non impone necessariamente l’introduzione di un salario minimo a quegli Stati membri dell’Unione che siano in grado di dimostrare che il contratto collettivo trova applicazione ad almeno l’80% dei lavoratori di ogni categoria” afferma il Prof. Avv. Vincenzo Ferrante, dello Studio Legale Daverio&Florio, esperto di diritto del lavoro e docente universitario.

Attualmente in Italia non esiste una retribuzione minima garantita e l’unico strumento resta quello della negoziazione dei contratti collettivi.

La conferma della sussistenza di una base normativa alla direttiva fa tramontare l’idea che questa potesse essere spazzata via dalla Corte con una pronunzia di accoglimento integrale di un ricorso (che aveva visto anche la Svezia intervenire in giudizio a sostegno delle richieste del paese confinante). In questo modo, i tanti paesi dell’Unione, che hanno atteso che l’iter processuale giungesse ad esito per riformare il quadro normativo interno, dovranno ora porsi la questione di come correttamente trasporre una direttiva.

L’Italia a riguardo ha sempre dichiarato di non aver bisogno di un salario minimo perché il contratto collettivo sottoscritto dalle maggiori organizzazioni sindacali resta ampiamente diffuso. E questo è certamente vero, ove si limiti il dato ai flussi mensili che riceve l’INPS in sede di versamento spontaneo dei contributi dalle imprese (anche se l’analisi dei dati che si ricavano dalle ispezioni potrebbe far sorgere più di un dubbio sull’effettivo generalizzato rispetto della norme di legge e di contratto collettivo da parte di tutte le aziende italiane)” continua il Professor Ferrante.

Ma come funziona nei principali Paesi europei? Secondo l’analisi dello Studio Legale Daverio&Florio, specializzato nel Diritto del Lavoro e nel Diritto della Previdenza Sociale, che in Italia rappresenta il network internazionale Innangard, il salario minimo è presente in quasi tutti i Paesi europei, ad eccezione dell’Italia, della Danimarca, dell’Austria, della Finlandia e della Svezia, ma con valori e applicazioni molto differenti.

Considerando esclusivamente i Paesi analizzati, in Francia e in Spagna esiste già da tempo, rispettivamente dal 1950 e dal 1963, mentre i valori più alti si registrano in Lussemburgo (€2.704 / mese) e in Germania (€2.161 / mese). La Spagna, l’Olanda, il Belgio e l’Irlanda in questi anni hanno aumentato gli importi.  Svezia e Danimarca, così come l’Italia, seguono modelli basati sulla negoziazione dei contratti collettivi e dei livelli salariali da parte dei sindacati.

Entrando nell’analisi, in Germania, il salario minimo è stato introdotto nel 2015 e negli anni ha visto un incremento costante arrivando a un totale di €2.161 lordi mensili. Si applica a tutti i dipendenti, con alcune eccezioni.

In Belgio, sin dal 1975 esiste il reddito minimo mensile medio garantito (GAMMI), che in seguito all’ultima indicizzazione di quest’anno ammonta effettivamente a €2.112 lordi. È rivolto ai dipendenti con un contratto di lavoro dai 18 anni in su e che lavorano a tempo pieno.

L’Olanda è uno dei Paesi “storici”, con il salario minimo che esiste da ben il 1969. Attualmente il salario minimo mensile ammonta a €2.246 lordi registrando in due anni un aumento del 16%. Il salario minimo si applica solo nel caso in cui un dipendente sia assunto con un contratto di lavoro ed è progressivo: dai 15 ai 21 anni aumenta in base all’età, diventando successivamente fisso. Dal 2024, inoltre, l’Olanda ha introdotto un salario minimo orario, al fine di renderlo ancora più equo.

In Irlanda il salario minimo nazionale è stabilito dal National Minimum Wage Act 2000 (€2.282/mese lordi), ma verrà sostituito con il salario di sussistenza a partire dal 2026. Per determinare la cifra, il governo irlandese sta adottando un approccio a soglia fissa del 60% del salario mediano, che si stima comporterà un aumento del reddito da €11,30 a €13,10 lordi all’ora. Attualmente hanno diritto al salario minimo i lavoratori a tempo pieno, a tempo parziale, temporanei, occasionali e stagionali di età superiore ai 20 anni. Ai dipendenti di età inferiore ai 20 anni si applicano aliquote salariali minime diverse.

Il primo salario minimo in Spagna (SMI) risale al 1963. L’importo attuale è di €1.381 al mese lordi ed è determinato su base mensile o giornaliera, ma con valori inferiori per i lavoratori temporanei, stagionali e domestici.

Concludiamo infine con la Francia è senza dubbio uno dei primi Paesi ad aver introdotto il minimo salariale (attivo dal 1950), valido a tutti i dipendenti che hanno almeno 18 anni, indipendentemente dal contenuto e dalla forma del contratto di lavoro e della retribuzione. Il “salario minimo di crescita interprofessionale” (SMIC) è pari a €1.802 lordi mensili (per 35 ore), e si rivaluta in base all’aumento dei prezzi e all’aumento del salario medio.

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Business

Cresce l’export (+1,5%) e si consolida la qualità: il vino italiano oltre gli 8,2 miliardi in valore nel 2025

Dopo due anni di rallentamento, il vino italiano torna a crescere sia nei volumi che nel valore. Secondo gli ultimi dati, la vendemmia 2025 segna una ripresa significativa con 47,4 milioni di ettolitri stimati, pari a un incremento dell’8% rispetto al 2024.

  • Si stimano circa 22 milioni di ettolitri esportati nel 2025, confermando l’Italia primo esportatore mondiale per volumi e secondo per valore dopo la Francia, consolidando la leadership nel segmento dei vini DOP e spumanti.
  • I nuovi dazi USA del 15% sul vino possono costare alle aziende italiane oltre 300 milioni di euro in un anno, colpendo soprattutto Prosecco, Pinot Grigio, Moscato e i rossi toscani.
  • L’Italia resta leader europeo nella viticoltura biologica: rappresenta il 23% della superficie vitata nazionale. Prime regioni per incidenza: Toscana (40%) e Sicilia (36%), in linea con la crescente attenzione alla sostenibilità e alla tracciabilità delle produzioni.
  • Il segmento dei vini “no/low-alcohol” registra una previsione di crescita in Italia superiore al +60% nel 2025 rispetto al 2024, segnale di evoluzione dei consumi e nuovi scenari di domanda.
  • L’enoturismo si conferma un pilastro economico e identitario: nel 2024 ha generato quasi 3 miliardi di euro di indotto e oltre 15 milioni di visitatori (+11% sul 2023). La Toscana si distingue come modello nazionale.

Con 8,136 miliardi di euro di vino esportato nel 2024 (+5,5% sul 2023) e 21,7 milioni di ettolitri spediti all’estero, l’Italia si conferma primo esportatore mondiale per volumi e secondo per valore dopo la Francia (Vinetur, 2025). Un primato che si accompagna a una produzione in ripresa, salita a 48 milioni di ettolitri nel 2024 (+13%) dopo il crollo del 2023, e a un mercato interno che conta ancora 37,8 litri pro capite l’anno e 8,5 milioni di consumatori quotidiani.

Sul fronte della sostenibilità, l’Italia guida l’Europa con 133.000 ettari di vigneto bio (23% della superficie totale, FiBL 2024), mentre l’enoturismo vale ormai quasi 3 miliardi di euro e 15 milioni di visitatori. Eppure, accanto a questi numeri da record, il settore deve fare i conti con una minaccia concreta: i nuovi dazi statunitensi del 15% entrati in vigore nell’agosto 2025, che mettono a rischio oltre €300 milioni di ricavi annui entro i prossimi 12 mesi e colpiscono in particolare Prosecco, Pinot Grigio e i rossi toscani (Unione Italiana Vini / Gambero Rosso, 2025).

Questo quanto emerge dal report “Vino italiano e mercati internazionali: competitività, enoturismo e nuove strategie di adattamento” a cura di Valerio Mancini, direttore del Centro di Ricerca di Rome Business School. “Mai come oggi il vino italiano vive una fase di contraddizione: da un lato numeri storici, dall’altro lo spettro dei dazi USA che rischia di erodere centinaia di milioni di euro e incrinare il nostro primato”, afferma l’autore.

Dazi USA: la nuova sfida del vino italiano

Gli Stati Uniti, primo mercato per i vini italiani con quasi 2 miliardi di euro di importazioni (+10,2% nel 2024), ad agosto hanno introdotto dazi del 15% su vini e spirits europei. L’impatto stimato in termini di perdite è drammatico ma le conseguenze non si limitano all’aumento dei prezzi finali per i consumatori americani: le cantine italiane devono ora ripensare strategie logistiche, margini e politiche commerciali, con il rischio che soprattutto i vini più accessibili diventino insostenibili sul mercato USA.

“Il vino italiano vive un paradosso: è più forte che mai sui mercati globali, ma anche più vulnerabile a shock esterni. I dazi ci impongono di diversificare e innovare”, sottolinea Mancini. Molte aziende stanno già reagendo puntando su Canada (+15,3% nel 2024), Russia (+40%), America Latina, Asia, ed e-commerce, un canale che a livello globale è previsto raggiungere 6,7 miliardi di dollari nel 2025 (Wine Intelligence, 2025). Sul piano operativo, le cantine lavorano su riduzione dei costi, efficienza logistica, packaging più leggero e contratti più flessibili. Sempre più centrale è il ruolo della tecnologia: dall’automazione alle piattaforme digitali, fino ai sistemi di AI e cloud per la gestione dei clienti e del marketing (Vinetur, 2025).

L’Italia del vino: estensione e consumi

Con circa 720.000 ettari vitati, pari al 10% della superficie mondiale, l’Italia si conferma tra i leader globali per estensione insieme a Spagna (930.000 ha) e Francia (773.000 ha) secondo l’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, 2025. Una stabilità apparente che però non si traduce in equilibrio produttivo: dopo un 2023 drammatico, con 43 milioni di ettolitri e un calo del –12% sul 2022, la produzione è tornata a crescere nel 2024 a 48 milioni di ettolitri (+13%), riallineandosi alla media decennale (ISTAT, 2025).

A minare la produzione il clima: vendemmie anticipate, rese compresse e stress idrico stanno trasformando la geografia del vino, con nuove pressioni sulle regioni tradizionali e aperture verso varietà resistenti e pratiche di viticoltura rigenerativa.

Importante e in crescita l’estensione della viticoltura bio, di cui oggi l’Italia è leader mondiale, con 133.000 ettari certificati, pari al 23% della superficie vitata nazionale, e punte del 40% in Toscana e del 36% in Sicilia (FiBL, 2024).

Sul fronte interno, i dati confermano un’Italia che beve meno, ma meglio. Nel 2024 circa il 55,1% degli italiani sopra gli 11 anni ha dichiarato di consumare vino, ma la maggioranza si colloca tra i consumatori occasionali: solo 8,5 milioni di persone (29%) bevono vino ogni giorno. Il consumo apparente resta stabile attorno ai 22 milioni di ettolitri, con una media di 37,8 litri pro capite annui, cambiano però le preferenze: bianchi, rosati e spumanti guadagnano spazio, mentre i rossi strutturati perdono appeal, soprattutto tra le fasce più giovani, attratte da stili freschi, gradazioni moderate e maggiore trasparenza sul processo produttivo.

Un segnale in controtendenza arriva dal segmento no/low-alcohol, ancora marginale con lo 0,7% dei volumi ma in forte crescita, con prospettive di +20% cumulato entro il 2029 (IWSR, 2025). Nella grande distribuzione calano i volumi, ma il valore tiene grazie alla premiumisation; nel fuori casa, sparkling e denominazioni forti continuano a trainare, rafforzando il vino come esperienza sociale più che abitudine quotidiana. “Il consumatore italiano non abbandona il vino, ma lo ricolloca in un contesto diverso: meno quantità, più qualità e più valore simbolico”, osserva Mancini.

Export e brand Italia: bollicine e denominazioni trainano la crescita

L’export del vino italiano cresce non solo in quantità, ma soprattutto in valore e riconoscibilità. Nel 2024 i vini DOP hanno rappresentato il 68% del valore delle esportazioni, mentre gli spumanti hanno inciso per il 29%, confermando il ruolo trainante del Prosecco DOC, che da solo vale circa un quarto della produzione DOP nazionale e ha registrato negli USA un incremento del +17% nel 2024 e del +10,2% di imbottigliamenti nei primi mesi del 2025.

La solidità del comparto si riflette anche nell’alta gamma: l’indice “Italy 100”, che misura l’andamento dei principali marchi italiani di fine wine, è stato l’unico a restare positivo (+0,6%) all’inizio del 2025, a fronte di una correzione globale dei vini pregiati. Un segnale che conferma l’appeal delle icone italiane, dai Supertuscan ai grandi rossi piemontesi. Il rafforzamento del brand-Paese passa anche dai riconoscimenti: nel 2025 l’Italia ha ottenuto 138 medaglie ai Decanter World Wine Awards, tra cui 6 Best in Show, consolidando la reputazione nel segmento premium.

Enoturismo: un pilastro da 3 miliardi di euro

Il turismo del vino si è affermato come uno degli asset più dinamici del comparto. Nel 2024 ha generato quasi 3 miliardi di euro di spesa e attirato oltre 15 milioni di visitatori, con un incremento dell’11% sul 2023 (ISMEA, 2024). Non solo, il turista del vino dimostra una propensione di spesa maggiore: spende il 35% rispetto alla spesa media del turista tradizionale, propensione derivante dalla volontà di vivere un’esperienza immersiva che unisce degustazioni guidate, pranzi e cene gourmet, acquisto di bottiglie e prodotti tipici, nonché visite culturali. I distretti storici come Chianti, Langhe e Prosecco restano protagonisti, ma emergono anche nuove mete come Badesi in Sardegna (+18% di visitatori nel 2024), segno che l’Italia può ampliare l’offerta oltre i circuiti consolidati. La spinta digitale e l’innovazione tecnologica rafforzano l’appeal delle cantine, creando un ponte diretto tra esperienza fisica e reputazione globale.

Il futuro del vino italiano passa dalla capacità di innovare senza perdere identità, di consolidare i mercati storici aprendosi a quelli emergenti, e di affrontare le sfide globali puntando su sostenibilità e digitalizzazione”, conclude Mancini.

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People

Marco Galimberti nominato nuovo Country Marketing Manager di Ikea Italia

Al manager brianzolo il compito di definire e coordinare la strategia di marketing
per rafforzare la presenza del brand sul mercato italiano

IKEA Italia Retail annuncia la nomina di Marco Galimberti nel ruolo di Country Marketing Manager a partire dal 10 novembre: con oltre 15 anni di esperienza nel settore dei media e della comunicazione, maturata tra agenzie pubblicitarie, aziende FMCG, online e food delivery, Marco porta con sé un solido bagaglio di competenze strategiche e una profonda conoscenza del marketing omnicanale.

42 anni, nato a Carate Brianza, inizia la sua carriera nel 2008 lavorando in diverse agenzie marketing e digital, tra le quali VML, agenzia creativa internazionale del gruppo WPP, come Senior Project Manager.

Nel 2016 Galimberti prosegue il suo percorso professionale in una delle principali multinazionali italiane, Lavazza Group, dove ricopre il ruolo di Global Digital Marketing Manager, guidando l’implementazione e lo sviluppo della nuova strategia digitale globale.

Nel 2018 sceglie di ampliare ulteriormente la propria esperienza entrando in Deliveroo, un’azienda in un settore nascente, dinamico e competitivo, che unisce tecnologia, logistica e food. In quest’ultima esperienza, come Head of Marketing Italy, ha avuto la responsabilità della brand proposition e della strategia di marketing per il mercato italiano, delle attività media online e offline, nonché della gestione dei canali social e CRM, contribuendo in modo significativo alla crescita del brand, all’engagement dei clienti e all’espansione dell’azienda.

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Innovazione

Il cuore energetico da 250 megawatt dei nuovi data center in USA, per lo sviluppo dell’AI, sarà made in Italy con AB

AB, gruppo leader mondiale nelle soluzioni di sostenibilità energetica, annuncia un altro importante traguardo negli Stati Uniti: la fornitura di impianti di cogenerazione per una potenza complessiva di 250 megawatt, destinati ad alimentare i futuri data center in Texas e Wyoming dedicati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

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Economia/Imprese

“Futuro del lavoro”: la sfida del territorio bresciano

Il convegno “IL FUTURO DEL LAVORO” nel contesto della manifestazione
“DOMANI LAVORO” a Brixia Expo. Lo scenario è sempre più complesso tra mancanza
di candidati, deficit di competenze e mismatch di genere.
Entro cinque anni servono 560mila sostituzioni in Lombardia
e a Brescia la disoccupazione femminile è al di sopra dei livelli nazionali.
La prospettiva del territorio bresciano tra progetti, sinergie e nuovi approcci

Sinergie territoriali, progetti mirati, nuovi approcci alla formazione e valorizzazione del potenziale. Sono alcune delle linee guida per affrontare la complessità dello scenario occupazionale emerse durante il convegno “IL FUTURO DEL LAVORO” nel contesto della manifestazione “DOMANI LAVORO” a Brixia Expo.

L’evento è stato promosso da AxL – Agenzia per il Lavoro, realtà di riferimento nel panorama nazionale nei servizi e nelle soluzioni HR per imprese e persone in cerca di lavoro. L’appuntamento ha visto la partecipazione di Barbara Lodi Rizzini – Responsabile dei Centri per l’Impiego della Provincia di Brescia; Davide Piras – imprenditore e membro del Direttivo, nonché responsabile del Dipartimento Giovani, di Assocamuna; Serena Schiavo – imprenditrice e Presidente del CIF – Comitato per l’Imprenditoria Femminile della Camera di Commercio di Brescia e Luca Rota – Direttore commerciale di AxL – Agenzia per il Lavoro.

Dal convegno è emerso che il “presente” occupazionale sembra vivere uno dei suoi momenti migliori con un bassissimo tasso di disoccupazione a livello nazionale (6,1% a settembre 2025) e con la Provincia di Brescia tra le aree con la percentuale più bassa, sotto il 3%.

Eppure c’è un dato che distingue ulteriormente la provincia di Brescia da altre aree: il divario tra il tasso di disoccupazione femminile e quello maschile. A livello nazionale il gap è del 1,4%, ma in questo territorio si raggiunge il 2,2%.

“Sicuramente questo divario rappresenta una oggettiva criticità – ha sottolineato Barbara Lodi Rizzini, responsabile dei Centri per l’Impiego della Provincia di Brescia – ed è un tema che la Provincia affronta con grande sensibilità. Per questo abbiamo diversi progetti in campo per supportare e valorizzare l’occupazione femminile nella consapevolezza che occorre osservare il problema partendo dai bisogni concreti che le donne e le famiglie hanno tutti i giorni per coniugare vita e lavoro. Tutto questo in collaborazione con i vari interlocutori presenti sul territorio provinciale, che come noi parlano e si occupano di lavoro.”

In generale, le previsioni per il futuro sono tutt’altro che rassicuranti. Il mercato del lavoro sta attraversando una fase di profonda trasformazione: oggi, è vero, l’occupazione è alta, ma per le aziende è sempre più complesso trovare e trattenere le persone giuste. Nei prossimi cinque anni, solo in Lombardia, si stima la necessità di oltre 560.000 sostituzioni e circa 755.000 nuovi ingressi. A questo si aggiunge il cosiddetto “inverno demografico”: si prevede che nel 2050 per ogni 3 over 65 ci sarà solo 1 giovane (fonte Istat).

In questo contesto, una sfida nella sfida riguarda il tema della retention: “Nel settore dell’edilizia – ha spiegato Davide Piras, imprenditore e membro di Assocamuna – recuperare nuove risorse e attrarre personale è estremamente complicato. Per questo ho sviluppato microprogetti che coinvolgono il mio team per formarlo verso nuove competenze nell’ambito del nostro lavoro. In questo modo siamo riusciti a valorizzare il potenziale interno all’azienda e cogliere nuove opportunità di mercato grazie ai nuovi servizi nati dalla formazione. Il tema della formazione è, inoltre, al centro delle politiche di relazione con il territorio della nostra Associazione”.

Secondo Unioncamere la difficoltà di reperimento di personale a livello nazionale per il mese di Ottobre è stata del 47%, un dato che negli ultimi anni è rimasto costante, con degli scostamenti minimi di mese in mese, e che ben rappresenta le difficoltà attuali dell’intero Paese. In particolare, per le professioni relative all’area “Progettazione e ricerca e sviluppo” la difficoltà di reperimento stimata sale al 60,4%. Nella provincia di Brescia per quest’area la difficoltà di reperimento è addirittura del 70,1%.

Molto possono fare le imprese e le associazioni di categoria creando progetti dedicati e premiando il merito: “All’interno del nostro Comitato – ha raccontato Serena Schiavo, imprenditrice e presidente del Comitato per l’Imprenditoria Femminile di Brescia – abbiamo messo a punto dei premi dedicati alle tesi di laurea in materie STEM delle studentesse del nostro territorio che si distinguono per temi e contenuti ad alto valore scientifico e tecnologico. Ambiti che in passato sono stati troppo spesso esclusivo appannaggio dell’universo maschile”.

In estrema sintesi le sfide sono molteplici e lo scenario futuro è certamente complesso tra mancanza di candidati, deficit di competenze e mismatch di genere, ma non mancano le opportunità e la progettualità anche grazie all’importante ruolo che le agenzie per il lavoro possono sviluppare come hub territoriale nell’ambito delle risorse umane: “La nostra agenzia – ha precisato Luca Rota, Direttore Commerciale di AxL Agenzia per il Lavoro – ha proprio l’ambizione di essere un punto di riferimento nel territorio per creare sistema, sviluppare le relazioni tra istituzioni, imprese e candidati nella consapevolezza che possiamo svolgere un ruolo autorevole grazie alle competenze mirate, servizi specifici e, ovviamente, l’esperienza che maturiamo ogni giorno sul campo”.

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BusinessEventi biz

Misurare le performance in ottica strategica: KPI’s, Reporting e BI

In un’epoca in cui la complessità cresce e i dati si moltiplicano, saperli leggere non basta più: serve trasformarli in decisioni.
Il 27 novembre a Milano, si terrà l’appuntamento del Business Club di Knowità, dove CEO, CFO e Top Manager scopriranno come le nuove piattaforme di Decision Intelligence stiano ridefinendo i sistemi di programmazione, misurazione e reporting aziendale, anticipando i trend e potenziando la strategia.

L’evento favorirà il passaggio da una semplice cultura del dato a una vera e propria cultura della decisione, in cui persone e tecnologia collaborano per generare valore e garantire un successo sostenibile, attraverso lo studio di casi concreti, insight esclusivi e testimonianze dirette.
Case studies utili per fornire un’autodiagnosi volta a individuare le priorità dell’azienda e comprendere quali tecnologie e strumenti possano supportare al meglio i processi decisionali. Inoltre, l’opportunità di fare networking stimolerà le nuove connessioni professionali tra i partecipanti.


Concept


I sistemi di programmazione, misurazione e reporting integrato sono fondamentali per gestire la varietà delle attività aziendali, consentendo di interpretare dati complessi e convertirli in informazioni preziose, per migliorare la visibilità delle performance aziendali, per favorire l’efficienza operativa e per supportare il processo decisionale strategico orientato a un successo sostenibile.

Nonostante l’impiego diffuso di strumenti che spaziano da Excel a sofisticati sistemi di Business Intelligence, molte aziende non riescono a ottenere dati utili per guidare le decisioni, pur monitorando molti indicatori di performance (KPI). Spesso si finisce per misurare ciò che è semplice invece di ciò che è davvero rilevante mantenendo dashboard non allineate alla strategia, senza valutare se ogni metrica contribuisca effettivamente al processo decisionale che l’azienda dovrebbe attivare.

Un’altra tendenza comune è quella di basare una reportistica su indicatori che mostrano solo gli effetti di azioni compiute, senza fornire anticipatamente segnali di eventuali fenomeni critici prima che si riflettano sul Conto Economico.

Infine, in molte realtà ogni reparto elabora dati diversi e spesso viene perso tempo prezioso a discutere su quali numeri siano corretti, invece di utilizzarli come base per orientare le decisioni.

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