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Consigli per creare l’etichetta di una bottiglia di birra

L’etichetta è un elemento fondamentale per una birra: la qualità della sua grafica, infatti, condiziona la capacità di attirare l’attenzione dei consumatori, al di là del sapore della bevanda e delle sue note aromatiche. Le etichette birra in primis devono risultare gradevoli sotto il profilo estetico, anche perché costituiscono una sorta di biglietto da visita che serve a conquistare la curiosità di chi deve scegliere la birra; d’altro canto, è importante che le etichette siano ben riconoscibili e che comunque mettano in evidenza uno stile professionale.

La scelta della carta

Uno degli aspetti decisivi per la buona resa delle etichette ha a che fare con il tipo di carta adesiva che viene adoperata. Il suo spessore deve essere tale da garantire la massima longevità possibile, tenendo conto che le birre sono destinate a essere esposte alle temperature basse di un frigo. Ecco perché è spesso consigliato ricorrere ai polipropileni, in questo modo non si corre il rischio che l’etichetta si stacchi nemmeno nel caso in cui entri in contatto con l’acqua: essa infatti è umido-resistente, il che vuol dire che non si strappa, non si deteriora e non si scolorisce a contatto con l’acqua.

La ricerca dell’etichetta perfetta

Gli impianti di stampa più all’avanguardia permettono di ottenere un risultato ottimale sotto il profilo della grafica, mentre grazie alla fustella laser non importa quale forma si scelga perché il taglio sarà sempre preciso. In linea di massima, per le birre più particolari ed eleganti si prediligono le etichette ovali o sagomate, forme facilmente ottenibili con le etichette a rotolo che garantiscono un livello di versatilità superiore. La stampa in 4 colori, invece, offre l’opportunità di dare vita a grafiche molto vivaci, dotate di una forte personalità.

Il design dell’etichetta

Per progettare e creare l’etichetta destinata a una bottiglia di birra c’è bisogno di particolari competenze non solo in materia di design ma anche per quello che concerne le norme relative alla legislazione in questo ambito. E non è tutto, perché occorre essere consapevoli dei principi della comunicazione e del marketing. Lo scopo è sempre quello di colpire l’attenzione del pubblico, e ogni dettaglio deve essere finalizzato a questo obiettivo, dai font ai colori. Per altro con il passare degli anni il mercato delle birre è andato incontro a mutamenti molto significativi, per effetto dell’introduzione delle birre artigianali, le cui etichette non di rado richiamano quelle del passato.

Le etichette vintage

Una soluzione vincente può essere proprio quella di ricorrere a etichette per la birra vintage, che consentono di intervenire sulla percezione del prodotto. La riproposizione in chiave contemporanea di temi del passato fa sì che i produttori possano trasmettere un messaggio di esperienza e autorevolezza. In ogni caso, anche sulle etichette retrò deve essere sempre segnalata la denominazione legale di vendita, insieme con il grado alcolico della bevanda, espresso in percentuale, e la ragione sociale del produttore. L’indicazione degli ingredienti può mancare solo nel caso in cui la birra contenga unicamente l’acqua, il lievito, il malto d’orzo e il luppolo.

Labeldoo, la soluzione per la stampa online

Chi ha la necessità di stampare online delle etichette per la birra di qualità può fare sicuro affidamento sulle proposte di Labeldoo, che mette a disposizione un vasto assortimento di etichette adesive personalizzate. Online si può richiedere un preventivo su misura allo scopo di personalizzare le proprie richieste. Il grande vantaggio offerto da Labeldoo consiste proprio nella possibilità di configurare in totale autonomia la stampa delle etichette: così i clienti possono beneficiare di prodotti resistenti e curati in tutti i dettagli, sempre facili da applicare.

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Imprese dopo il lockdown: smart working e coworking a confronto

Durante il lockdown, per la prima volta, milioni di italiani hanno cambiato metodo di lavoro e si sono trovati a dover affrontare lo smart working, una rivoluzione improvvisa avvenuta senza la giusta preparazione.

Attraverso i diversi Decreti Legge realizzati durante l’emergenza sanitaria, per favorire una modalità di lavoro che limitava al minimo il rischio di contagio da Covid-19, il Governo Italiano ha imposto il lavoro da remoto per tutti gli impiegati dell’amministrazione pubblica, impiegati in uffici privati e delle aziende, per i liberi professionisti e altre categorie con possibilità di poter lavorare a distanza.

In Italia, dopo il lockdown, molte imprese hanno continuato ad adottare lo smart working come metodo di lavoro aziendale mentre altre imprese sono tornate pian piano alla normalità o applicando un metodo già utilizzato negli ultimi anni: il coworking.

La differenza tra Coworking e Smartworking

Il Coworking è un metodo utilizzato negli ultimi anni, in particolar modo nell’ambito del lavoro digitale: prevede la condivisione di un ambiente di lavoro, che sia un ufficio o qualsiasi ambiente condivisibile con altri professionisti che, pur lavorando nello stesso ambiente, hanno la propria attività lavorativa indipendente.

Generalmente, chi effettua il coworking non lavora con altri impiegati della stessa organizzazione ma dopo il Coronavirus le aziende hanno introdotto questo metodo di lavoro anche tra colleghi della stessa società.

Il coworking aiuta a realizzare un network di contatti e collaborazioni lavorative tra coworker che condividono gli stessi valori e obiettivi professionali. Grazie a questo metodo di lavoro e alla connessione veloce, oggi, è possibile accedere ad una struttura situata in una città diversa e dimezzare i costi di gestione come le spese energetiche, la pulizia, la sanificazione di ogni singolo ufficio e così via.

Oggi, prestando attenzione ai piccoli dettagli come gli oggetti utilizzati in ufficio, le borracce personalizzate per l´acqua e utilizzando la distanza sociale, è possibile applicare un metodo di lavoro coworking all’interno della propria azienda e lavorare insieme per velocizzare la ripresa aziendale.

 

Smart working: che cos’è e come funziona

Lo smart working è strettamente collegato ad altri metodi di lavoro digitalizzati, è un modello organizzativo che propone autonomia nelle modalità di lavoro e presuppone un modello più “intelligente” con cui vengono svolte le attività lavorative.

Durante il lockdown, questo metodo di lavoro è stato spesso inteso come “lavoro da casa”, tuttavia fare smart working non significa lavorare in modalità autonoma da casa ma è un modello che rafforza la collaborazione e la condivisione degli spazi digitali tra colleghi, favorisce la creatività delle persone e stimola nuove idee per il business.

Attraverso questo metodo organizzativo la concezione del lavoro cambia totalmente, non importano le ore di lavoro trascorse in ufficio ma prevale il raggiungimento degli obiettivi nei tempi stabiliti e il rapporto di fiducia tra i membri dell’azienda.

Lo smart working è un approccio al lavoro che mira ad ottimizzare l’efficienza di un’azienda e l’efficacia nel raggiungimento degli obiettivi aziendali, attraverso una combinazione di diversi elementi: flessibilità, collaborazione ed autonomia, utilizzo di strumenti digitali ed innovativi.

Per realizzare un progetto di smart working in azienda è necessario agire su più punti ed effettuare un’attenta considerazione sulle priorità aziendali e sugli obiettivi da raggiungere e definire quali strumenti utilizzare per l’organizzazione manageriale.

La tecnologia gioca un ruolo fondamentale, perché permette di connettere persone e spazi al proprio business e permettono di aumentare la produttività e coinvolgere i diversi gruppi di lavoro.

 

 

 

 

 

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Grande Milano resiliente: sfidano la pandemia oltre 12mila nuove imprese

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La pandemia di Covid-19 ha determinato l’inversione del pluriennale trend di crescita dell’economia milanese. In particolare, le previsioni per la fine del 2020 del PIL indicano un calo pari al 7,1% per la Lombardia, al 7,7% per Milano, al 5,8% per Monza Brianza e al 5,4% per Lodi. Sono alcuni dei dati emersi in occasione della presentazione del rapporto “Milano Produttiva”, realizzato dal Servizio Studi Statistica e Programmazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Il Rapporto, giunto alla sua 30esima edizione, contiene tutti i dati economici relativi a Milano, Monza Brianza e Lodi, territori di riferimento della Camera di commercio. Durante la presentazione del Rapporto, sono stati diffusi anche i numeri del sistema delle imprese di Milano Monza Brianza Lodi relativi al periodo gennaio-giugno 2020 e una prima indagine sugli effetti economici del lockdown.
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L’impatto del coronavirus sui media

La pandemia globale attualmente in corso, che ha visto purtroppo protagonista anche l’Italia nei mesi scorsi, ha spinto milioni di persone a rivolgersi a fonti mediatiche affidabili aggiornate costantemente e in grado di fornire approfondimenti e scenari di natura socioeconomica. Un credito di fiducia che emerge dall’analisi “I trend del consumo di notizie e media”, che LEWIS, agenzia globale di comunicazione integrata, ha condotto insieme a NewsWhip – piattaforma di media intelligence.
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La consulenza patrimoniale e la donazione dell’immobile

La riunione fittizia è l’operazione contabile attraverso la quale viene eseguita la ricomposizione dell’asse ereditario. Nel caso di una donazione immobiliare, la casa che è stata donata è oggetto di riunione fittizia in modo che sia possibile provvedere a una suddivisione equa dell’asse ereditario tra gli eredi. La donazione consiste in una distribuzione del patrimonio, di solito effettuata dai genitori nei confronti dei figli: è, in sostanza, uno strumento di pianificazione successoria, anche se la sua efficacia è correlata ai rischi a cui è esposto il donatario da quando la successione viene aperta.

In cosa consiste la riunione fittizia

Prima di richiedere un Preventivo Polizza Donazione, utile se si vuole sottoscrivere un’assicurazione in questo ambito, conviene acquisire una maggiore consapevolezza degli scenari che si possono verificare. Con la riunione fittizia, in occasione della successione il valore delle donazioni attualizzato viene sommato al valore complessivo dei beni; a tale cifra, poi, vengono sottratti i debiti. Si calcola, sull’asse così ottenuta, la quota disponibile, vale a dire la quota di cui poteva disporre il soggetto deceduto al netto delle quote di riserva previste per i legittimari.

Le complicazioni per il donatario

Nel caso in cui il valore del bene che è stato donato sia più elevato rispetto al valore della quota legittima a cui hanno diritto tutti gli eredi legittimari (vale a dire il coniuge e i figli, o i genitori in mancanza dei figli), il donatario è costretto a riconoscere a chi vede leso il proprio diritto la differenza di valore. In effetti, coloro che si ritrovano con un diritto leso possono rendere la donazione inefficace entro i 10 anni successivi al decesso del donante: ciò può avvenire attraverso la cosiddetta azione di riduzione, che permette di beneficiare del reintegro delle quote legittime che la donazione aveva leso. In una situazione del genere, se il donatario vuole vendere l’immobile che ha ottenuto rischia di ritrovarsi di fronte a possibili complicazioni.

La vendita degli immobili donati

In tale circostanza, infatti, il rischio passa a chi compra l’immobile. Il terzo acquirente, così, può ritrovarsi nella condizione di dover restituire il bene all’erede leso nella legittima pur non avendo niente a che fare con la vicenda. Non solo: la restituzione dell’immobile, o comunque l’erogazione di un importo equivalente, è obbligatoria anche se si può vantare un regolare atto di acquisto. È chiaro che con una spada di Damocle di questo tipo la vendita dell’immobile diventa molto più difficile, e in più il bene finisce per veder ridursi il valore commerciale. È chiaro che gli istituti di credito raramente offrono finanziamenti che prevedono come garanzia immobili donati.

A cosa servono le assicurazioni

È a questo punto che giungono in soccorso le assicurazioni. L’ente mutuante e il soggetto che compra un immobile di provenienza donativa, infatti, hanno la possibilità di tutelarsi attraverso la sottoscrizione di una polizza ad hoc contro i rischi da donazione. Si tratta di una polizza che garantisca un risarcimento del danno che può essere causato da un eventuale spossessamento del bene.

Perché conviene stipulare una polizza

Il risarcimento è erogato al soggetto che ha diritto alla restituzione. Di conseguenza gli acquirenti non sono solo sollevati dai rischi economici, ma anche dai disagi di carattere organizzativo dovuti al ritrovarsi senza il bene che hanno comprato. Spicca in tutta la propria evidenza la funzione di tutela e di preservazione dello strumento assicurativo, che garantisce la sicurezza della commerciabilità e della compravendita del bene. Così, non c’è il pericolo che la donazione dell’immobile venga annullata, un evento che poi necessiterebbe di un atto ulteriore.

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Bar e ristoranti, la riapertura non è una ripartenza per il settore

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Se il periodo di chiusura per il lockdown ha rappresentato una fase durissima per il settore della ristorazione, la riapertura non si può definire una ripartenza. È quanto emerge dal questionario realizzato da Ascom Confcommercio Bergamo e indirizzato a ristoratori e baristi di città e provincia: i dati confermano la percezione di difficoltà che il settore sta attraversando. L’indagine, realizzata dal 17 al 20 giugno, evidenzia come il lockdown abbia modificato le abitudini di ristoratori e consumatori, misurando il calo di fatturato e di lavoro che l’emergenza sanitaria ha generato. Tre imprese su quattro hanno fatto ricorso alla Cassa integrazione. Il 6% delle attività non ha ancora riaperto. Nella fase 2 di riapertura (dal 18 maggio a metà giugno), il 43% delle attività ha perso più dell’80% di fatturato. Delivery e asporto sono stati utilizzati durante il periodo del lockdown dal  59% delle imprese (prima dell’emergenza erano il 43 %), ma dopo il periodo di stop forzato il 27% dei nuovi esercizi ha sospeso il servizio. E, tra coloro che proseguono l’attività, registrano una crescita solo il 4,4% delle imprese.
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Effetto Covid, per l’E-commerce e delivery la crescita è a tre cifre

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Se lo smart working impiegato su larga scala rappresenta l’innovazione nella gestione del lavoro nelle imprese dei servizi, l’e-commerce e il delivery sono l’evoluzione del commercio. Le imprese bergamasche con e-commerce prima del lockdown erano il 15%, ora sono salite al 35% con una crescita a tre cifre, pari al + 134%. Una su tre ha quindi attivato forme di commercio elettronico. Tra le imprese che hanno sperimentato l’e-commerce durante la crisi, il 57% continuerà ad utilizzare le vendite online a emergenza finita.
Sono queste alcune delle principali evidenze emerse dall’indagine affidata da Ascom Confcommercio Bergamo a Format Research relativa all’impatto del Covid sull’organizzazione aziendale, con un focus su e-commerce e delivery (interviste dal 6 al 17 aprile con dati rilasciati il 12 maggio 2020).
Ascom Confcommercio Bergamo stima, guardando oltre l’emergenza, che saranno il 26,4 % (una su quattro) le imprese che in forme diverse continueranno ad affidare parte dei ricavi all’e-commerce, anche se il commercio tradizionale e la vendita diretta nel punto vendita resteranno portanti, soprattutto per le attività a gestione familiare. La ricerca non specifica la modalità utilizzata nella vendita online, ma la più frequente tra le piccole insegne sembra avvenire attraverso la creazione del negozio virtuale su Ebay.
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L’emergenza Covid-19 accelera la digitalizzazione del Retail

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L’emergenza Coronavirus non ha frenato gli acquisti online, un comparto che, al contrario, ha mostrato una crescita esponenziale in settori merceologici generalmente legati al mondo fisico.

A conferma dello scenario delineato anche durante il Netcomm Forum Live 2020,  i dati rilasciati dall’ultima analisi di HiPay –  il Gruppo Fintech internazionale specializzato in pagamenti digitali – mostrano come, fin dalle prime settimane di blocco nazionale, gli italiani abbiano aumentato gli acquisti online di beni di prima necessità, prodotti alimentari e farmaceutici: è il caso della GDO che ha mostrato una crescita del +124%, un’impennata senza precedenti seguita dal settore Pharma (+35%) e dagli shop online dedicati alla Profumeria e alla Cura della Persona (+25 %).
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Microsoft advertising: Le ricerche online degli italiani durante e dopo il lockdown

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La pandemia COVID-19 ha avuto un impatto significativo sulla vita quotidiana di milioni di persone, che durante il periodo del lockdown hanno dovuto adeguarsi a nuove abitudini, spostando le proprie vite online. Per scoprire in che modo siano cambiate le attività quotidiane dei consumatori, Microsoft Advertising ha monitorato i trend di ricerca su Bing, facendo leva su una quota di mercato dell’11,5% e circa 11 miliardi di ricerche mensili a livello globale, 250 milioni solo in Italia.
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Il 62% dei lavoratori teme di perdere il posto a causa dell’emergenza

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Per sei lavoratori italiani su dieci l’emergenza sanitaria ha avuto un impatto negativo sul proprio lavoro e il 62% teme di perdere il posto se la situazione economica del datore di lavoro sarà influenzata dalla crisi, otto punti in più della media globale. Un timore che registra percentuali più basse in tutte le nazioni europee, fra i paesi analizzati risulta più diffuso soltanto in Cina (63%), Hong Kong (66%) e India (78%) e che in Italia coinvolge soprattutto i lavoratori più giovani (84% dei 18-24enni e 69% dei 25-34enni contro solo il 46% degli over 55). In caso di perdita del posto più di metà dei dipendenti ripone fiducia nel datore di lavoro per essere aiutato a ricollocarsi (52%) o nel governo per avere un sostegno finanziario o nella ricerca di un altro impiego (54%). La fiducia nel governo è cresciuta dell’8% rispetto alla precedente rilevazione di marzo, ma resta ancora 13 punti sotto alla media globale, al penultimo posto fra i paesi analizzati, davanti al solo Giappone (36%).
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