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Il paradosso del maestro di sci – Per capire occorre partire dal fare.

Sono più importanti i contenuti o i metodi? E’ evidente che non si possa applicare un metodo senza che vi sia un contenuto, così come non si può trattare un contenuto senza avere un metodo per farlo.

La domanda potrebbe quindi sembrare mal posta. Tuttavia la formazione tradizionale spesso pretende di affrontare il problema della formazione di metodi in un modo paradossale.

Il metodo definisce un approccio, un come e non un cosa. Questo ci è noto fin da quando Gilbert Ryle, a metà del secolo scorso, ha tracciato la distinzione tra know that e know how osservando anche come

“… siamo interessati molto più alle competenze delle persone che ai loro repertori di conoscenze, molto più alle operazioni che compiono che alle verità che apprendono.”1

Ciò che dice Ryle per le persone comuni vale anche per le aziende, che sono certamente interessate più a come operino i loro collaboratori piuttosto che a cosa sappiano. Ed è qui che molti formatori spesso, nell’illusione di ottimizzare tempo, pretendono di insegnare metodi trasformando il know how in una serie di know that per poi trattarli comodamente in aula a una quindicina di persone, cercando di avvalorare il tutto con qualche esempio.

E’ evidente tuttavia che, mentre il cosa è sostanzialmente definibile in modo chiaro (cosa faccio? sto sciando) il come lo è molto meno: potrei sciare bene o male, con determinati difetti, ottimizzando o meno le curve, ottenendo buoni risultati in termini di tempo o meno, prudentemente o pericolosamente, ecc. ecc. . E’ difficile anche solo rappresentare il modo esatto in cui sto sciando mentre è chiaro che sto scendendo da un pendio innevato con gli sci ai piedi.

E’ come se, per insegnare a sciare, elencassimo le caratteristiche del buon sciatore (la postura, l’inclinazione del corpo, la posizione in curva, ecc.) e descrivessimo le operazioni che l’allievo deve fare (piegare la gamba destra o sinistra, spostare il peso in avanti o meno, far convergere gli sci o affiancarli. ecc.) dopo di che gli mettessimo in mano gli sci e lo invitassimo a prendere la seggiovia.

Chi proporrebbe un simile modo di insegnare ad un maestro di sci sarebbe preso per matto, ma è quello che noi cerchiamo di fare quando pretendiamo di trattare in aula il “come”, avendolo trasformato in un elenco di “cosa”. Pretendiamo di insegnare lavoro per progetti, qualità, lavoro in team, leadership e tutte quelle materie che si basano sulle modalità di agire delle persone, semplicemente trattando uno alla volta concetti, modelli e tecniche che consideriamo rilevanti. I risultati saranno scarsi e consisteranno soprattutto in una serie di nozioni che il partecipante al corso difficilmente potrà trasformare in modi di agire.

Quest’ultimo punto è forse quello che maggiormente mette in evidenza la necessità di cambiare il paradigma formativo abbandonando le comode e sperimentate attività d’aula e inserendo, al contrario, la formazione nelle attività aziendali, innestando sulle stesse le componenti di riflessione necessari alla comprensione. E’ solo infatti partendo dal perseguimento di un risultato aziendale che, a nostro avviso, è possibile arrivare a razionalizzare regole proprie e a far emergere i metodi più corretti per raggiungerlo. Per questo l’apprendimento dei metodi non può che essere il risultato finale di esperienze che ciascuno di noi deve effettuare, anche in situazioni protette, per acquisire sicurezza e trovare una personale strada per l’azione. 

Pasquarella

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La musica per il ricevimento di matrimonio

La giusta selezione della musica matrimonio è una scelta fondamentale per rendere il giorno delle nozze un evento speciale e indimenticabile. Se si desidera, in altri termini, organizzare un ricevimento coi fiocchi è impossibile prescindere da un intrattenimento musicale curato e di qualità. Soltanto grazie a professionisti seri e affidabili sarà possibile assicurarsi una colonna sonora degna dell’occasione. Proprio per questo motivo è opportuno non ridursi all’ultimo momento per scegliere la musica che accompagnerà il vostro wedding party.

Musica matrimonio per enfatizzare il mood delle nozze

La musica matrimonio deve garantire il giusto accompagnamento per ogni fase della giornata ed enfatizzarne i momenti salienti. La scelta dell’offerta musicale, ovviamente, deve essere in perfetta armonia con l’atmosfera e lo stile che si intendeno conferire al proprio matrimonio. Se siete alla ricerca di un servizio di musica professionale vi consigliamo di consultare il seguente link:  www.musica-per-matrimonio.it. Insieme al wedding planner music Marco Amati potrete mettere a punto tutti i dettagli, tecnici e artistici, che vi consentiranno di fruire di un servizio musicale completo ed elegante, in grado di incorniciare in maniera impeccabile il giorno più importante della vostra vita.

Un team di musicisti professionisti

Marco Amati e la sua band garantiscono ai propri customer prestazioni di elevata qualità e rappresentano la scelta ideale se desiderate ingaggiare professionisti all’altezza delle vostre aspettative. Questi talentuosi musicisti saranno in grado di venire incontro alle esigenze dei futuri sposi e li aiuteranno, tenendo conto dei loro gusti musicali, a selezionare una colonna sonora ad hoc.

Le principali tappe musicali del tuo matrimonio

Il servizio di wedding planning music, messo a punto dal musicista professionista Marco Amati, si occupa di curare nei minimi dettagli ogni momento del ricevimento di nozze, selezionando per ciascuno di esso la colonna sonora più adeguata. Quando gli ospiti giungono nel luogo in cui si svolge il rinfresco per consumare l’aperitivo, prende il via un’esibizione live di brani classici del genere jazz/swing che hanno l’intento di offrire una selezione musicale di accompagnamento e di atmosfera. Successivamente per la fase di cena/pranzo si provvederà a diffondere una delicata musica di sottofondo che accompagnerà garbatamente lo svolgimento del pasto, senza disturbare gli ospiti e senza interferire nella interazione tra di essi. Una volta che i vostri ospiti saranno ben rifocillati sarà possibile trasformare la sala del rinfresco in una esclusiva pista da ballo: grazie alla playlist del dj set party sia gli sposi che gli invitati potranno dare il via alla festa danzante.

Un’’ultima raccomandazione: nella selezione musica matrimonio non può mancare la canzone del cuore!

Una volta concordati tutti i particolari decisivi per la buona riuscita della performance dal vivo, del sottofondo soft e della selezione dj set, non dimenticate di comunicare agli artisti la canzone simbolo della vostra storia d’amore: tutte le coppie ne hanno una e sarebbe davvero un peccato escluderla dalla scaletta. L’emozione è assicurata!

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Pareti per ufficio, quando l’abito fa il monaco

Anche negli uffici è spesso l’abito che fa il monaco. E quando si parla di abito viene spontaneo pensare agli arredi ma soprattutto alle pareti per ufficio, un elemento che non deve essere in alcun modo trascurato perché fondamentale per l’estetica, la funzionalità e l’acustica degli spazi lavorativi. 

Eleganza e funzionalità sono i due punti imprescindibili che l’abito/parete non può non avere. Il motivo? Perchè ne va dell’anima e dell’estetica dell’ufficio. Un altro particolare da non trascurare è l‘isolamento acustico che una parete per ufficio deve avere per garantire privacy in ciascuno spazio, a tutti coloro che lavorano al suo interno. 

Oggi la scelta di pareti per ufficio è veramente ampia ma quello che fa la differenza è naturalmente la qualità e qui i protagonisti del mercato non sono molti. E’ necessario guardare ai materiali, al design Made in Italy, alla professionalità di chi produce le pareti e di chi le monta. Perché serietà e qualità sono sinonimo di durata nel tempo. 

Si può scegliere tra pareti attrezzate e pareti divisorie a seconda delle necessità: le pareti attrezzate incorporano armadi, ante, scaffali e contenitori. L’obiettivo naturalmente è ottimizzare gli spazi, mantenendo il giusto compromesso tra qualità-prezzo-estetica. Con questa tipologia di parete ogni ambiente appare più ordinato perché qui si possono collocare scadenzari, raccoglitori e documenti, e il tutto perfettamente integrato nello spazio e nell’ambiente.

Ci sono poi le pareti divisorie che possono essere cieche, cieco/vetrate, vetrate verticali e orizzontali con porte in legno, in metallo, in vetro satinato e non. 

L’ufficio non deve essere un luogo anonimo, ma uno spazio dove sentirsi a proprio agio. Perché stare in un bell’ufficio influisce positivamente sul business di un’azienda. Lo afferma anche Enrico Cietta nel suo libro “Investire nell’ufficio, come e perché” dove afferma che “Produrre e allestire uno spazio di lavoro di qualità è una scelta che non garantisce solo benessere ai lavoratori, ma direttamente e indirettamente un vantaggio economico per l’azienda”. Ecco quindi l’importanza di una progettazione per l’ufficio che sia il più professionale possibile perché un ufficio dovrebbe essere allo stesso tempo: un luogo di lavoro privo di fonti di disturbo; una piccola città, una piccola piazza dove la gente si incontra e si confronta; un ambiente di relax.

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Come realizzare un sito e-commerce di successo

Hai intenzione di ottimizzare la tua attività lanciandola anche online? Oppure vuoi partire proprio dal web per creare il tuo giro di affari? In entrambi i casi avrai bisogno di un partner strategico che ti supporti nella realizzazione e nella gestione di un e-commerce di successo. Vediamo di seguito quali sono i primi passi da compiere per vincere questa sfida stimolante, ma non sempre priva di ostacoli.
Realizzare un sito e-commerce è un’opportunità di business da non sottovalutare in un’epoca storica in cui qualsiasi start-up o attività imprenditoriale passa necessariamente per il web. Naturalmente l’ipotesi di realizzare un sito e-commerce fai dai da te, ammenoché non si sia degli esperti della materia, è assolutamente da scartare. Per la buona riuscita del progetto online, d’altronde, non è sufficiente la perizia tecnica, ma sono necessari tutta una serie di strategie e di accorgimenti in grado di garantire risultati apprezzabili.

I professionisti che fanno al caso tuo

Se si desidera realizzare un sito e-commerce di successo è necessario rivolgersi a un team di esperti delle strategie di vendita online (www.bertiniedascenzo.it). Grazie a questi specialisti del settore, che saranno in grado di interpretare alla perfezione tutte le esigenze aziendali, sarà possibile costruire un sito vincente che sia in primo luogo full responsive e mobile friendly (ovvero ottimizzato per tutti i dispositivi mobile). L’Agenzia Bertini & D’Ascenzo, lo ricordiamo, prima ancora di mettere a punto strategie Seo ad hoc per migliorare la visibilità del sito sui motori di ricerca, analizza in maniera approfondita i prodotti che saranno lanciati sul mercato per determinarne il livello di efficacia e di competitività. In una seconda fase poi, essa si occuperà di seguire il cliente attraverso una consulenza web a 360 gradi, specializzata in ogni singolo settore del marketing online, rimuovendo le eventuali criticità e valorizzando i punti di forza. Non mancheranno, inoltre, consulenze mirate e specifiche, come quelle relative alle campagne Adwords o alla gestione dei social media, oppure quelle inerenti la gestione del magazzino merci e delle spedizioni.
L’obiettivo prioritario che si propone l’Agenzia Bertini & D’Ascenzo è il seguente: far diventare i propri partner leader del settore!

L’importanza del continuo aggiornamento per il successo dell’e-commerce

Realizzare un sito e-commerce è solo il primo passo che vi consentirà di lanciare la vostra attività imprenditoriale online. In seguito sarà necessario:
1 – monitorare costantemente l’usabilità del sito
2 – garantire al cliente tutte le rassicurazioni necessarie circa la propria privacy e di dati sensibili
3 – dimostrare agli utenti che hanno a che fare con un’azienda reale e affidabile
4 – riempire la vetrina virtuale di prodotti accattivanti
5 – promuovere opportunamente l’e-commerce tramite un’apposita campagna pubblicitaria.

Non dimenticate, infine, che è assolutamente necessario, affinché il proprio business online decolli, aggiornarsi costantemente, ovvero cercare di stare sempre al passo con le ultime novità offerte dalla rete. Il mercato del web, infatti, è molto ampio, la concorrenza in rete è spietata e serratissima e non c’è tempo per distrarsi: i competitor sono sempre in agguato!

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Consulenza marketing strategico

Le imprese che oggi desiderano imporre il proprio brand e i propri prodotti sul mercato, necessitano di una consulenza di marketing strategico professionale e accurata. A tal fine è opportuno rivolgersi a esperti del mestiere che sappiano analizzare in maniera adeguata i bisogni dei customer e tradurli in prodotti innovativi e competitivi, in grado di migliorare la qualità della vita di ciascun acquirente.

Tutte le aziende che puntano ad aumentare il volume del proprio business e a garantirsi un successo assicurato non possono fare a meno di investire in un buon consulente strategico. In tal modo, infatti, sarà possibile basare le proprie future azioni su uno specifico piano marketing strategico e operativo, che consentirà di influenzare in maniera positiva l’andamento dei risultati aziendali.

In questi giorni abbiamo avuto modo di conoscere Carlo Grannonio di Marketing Col Cuore, non ci siamo fatti scappare l’occasione per porgli alcune domande sul marketing strategico, argomento che Carlo conosce bene in quanto consulente esperto nel settore del Marketing. Sintetizziamo di seguito le sue risposte ringraziandolo per averci dato il consenso alla pubblicazione di questo contenuto di approfondimento.

Consulenza marketing strategico: di cosa si tratta?

Coloro che operano nel settore del marketing strategico offrono la possibilità alle imprese di fruire di valido elementi di supporto e di sostegno alle vendite, in modo tale da poter consolidare e ampliare il proprio business. In particolare essi provvedono a mettere a punto una strategia ad hoc capace di cogliere tutte le opportunità presenti sul mercato e di utilizzarle a vantaggio dell’azienda, guadagnando punti sui competitors.

Del resto, alla luce delle più recenti innovazioni tecnologiche e della significativa evoluzione del contesto competitivo (si pensi, ad esempio, al fenomeno della globalizzazione economica), appare evidente che qualsiasi impresa che voglia ottenere risultati significativi, debba necessariamente riconsiderare il proprio modus operandi e il proprio approccio al mercato. Al servizio di queste nuove esigenze si pongono i consulenti di marketing strategico, i quali, grazie a un’analisi approfondita che punta a individuare la collocazione ottimale del marchio sul mercato, riescono a realizzare strategie di evoluzione in grado di ottenere il vantaggio competitivo desiderato.

Qual è l’obiettivo primario del marketing strategico?

Il principale obiettivo del marketing strategico consiste nel delineare in maniera accurata la vision e la mission aziendale e di elaborare, allo stesso tempo, uno strategia finalizzata a garantire il successo dell’impresa, grazie a una gestione razionale e lungimirante del portafoglio dei prodotti.

Il marketing strategico, in effetti, partendo dall’analisi dei prodotti-mercato e dei segmenti di clienti potenziali o già esistenti, crea una efficace piano d’azione che tenga in considerazione le peculiarità dell’azienda e che ne metta in luce il potenziale di crescita e di redditività. Si tratta, in altri termini, della capacità da parte di consulenti specializzati di mettere in relazione le features del mercato con gli obiettivi dell’azienda.

Ai giorni nostri un siffatto supporto risulta essere imprescindibile per qualsiasi impresa, in quanto il marketing e la comunicazione aziendale rappresentano il punto di partenza per qualsiasi business vincente.

L’innovazione e il marketing strategico sono connesse?

Strettamente connessa al marketing strategico è la gestione dell’innovazione, in quanto quest’ultima gioca un ruolo decisivo nella comprensione dei nuovi bisogni, delle aspirazioni e delle scelte dei consumatori. Può essere considerata, per certi versi, l’ultima frontiera delle strategie aziendali, in quanto mette sotto la lente di ingrandimento tutti i processi innovativi che hanno avuto luogo nei settori della ricerca e dello sviluppo.

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E’ l’azienda ad essere dipendente del suo dipendente?

La società della conoscenza porta al paradosso per cui è l’azienda ad essere dipendente del suo dipendente?

La vecchia distinzione tra i sostenitori della centralità dell’organizzazione e quelli della centralità della persona, è ancora attuale?

Leavitt (nel libro Top-Down) contrapponeva due stili: quello degli umanizzatori e quello dei sistematizzatori. Il manager umanizzante “pensa che gli esseri umani vengano prima e che le organizzazioni debbano essere al loro servizio” e il manager sistematizzante “ritiene che vengano prima le organizzazioni e che gli esseri umani rappresentino una delle molte risorse al loro servizio”.

Di fronte al quesito la prima cosa che pragmaticamente viene in mente è… dipende. L’approccio umanizzante e quello sistematizzante esprimono la loro massima efficacia in funzione del risultato che l’organizzazione si propone: se pensiamo a una struttura ad alto impiego di manodopera dobbiamo immaginarla con un modello organizzativo e regole prevalenti, così come non possiamo immaginare una struttura rigida quando da essa si richieda partecipazione e coinvolgimento. Forse. Ma che dire quando l’azienda è knowledge intensive? In questo caso si richiede innovazione, creatività, inventiva, adattamento oltre al coinvolgimento e i protagonisti dell’attività sono le persone portatrici di queste caratteristiche. Forse è arrivato il momento di domandarci se abbia ancora senso la distinzione tra manager umanizzatori e sistematizzatori.

Robotica e burotica hanno in gran parte sostituito il lavoro umano, costringendo quest’ultimo ad aumentare il suo valore aggiunto per essere giustificabile, ma con ciò la persona è anche diventata il fulcro del sistema produttivo. L’operatore, che prima era al servizio della macchina e costretto a seguirne i ritmi fino a divenirne un ingranaggio, ne è diventato il padrone, nel senso che è deputato o a controllarne il funzionamento o a interpretarne creativamente i risultati. Con questo si rovescia l’asserzione di Ford per cui “è necessario dare al lavoratore compiti precisi per sottrargli ogni problema”. Il compito dell’operatore infatti è divenuto esclusivamente il problema.

Le conseguenze sono evidenti: il lavoratore che era semplicemente una parte del processo produttivo, che gli appariva come estraneo tanto da poter essere sconosciuto nelle sue modalità di funzionamento e nei sui fini, diventa l’artefice del processo stesso modificandolo in funzione delle finalità che deve perseguire e ne conferisce, attraverso invenzione e servizio, la componente immateriale che ne determina il valore.

Che senso ha, in questo contesto, la diatriba tra umanizzatori e sistematizzatori? Il problema è ancora quello di gestire risorse (rapporto capo/collaboratore), o quello di relazionarsi in modo ottimale con professionisti che occasionalmente hanno la qualifica di dipendenti?

Il rapporto di lavoro, nella prassi delle società ad alta intensità di conoscenza, si pone in termini affatto nuovi: l’attenzione si sposta dalla produzione come automatico risultato del processo al risultato come valore aggiunto del singolo o del team. La conseguenza è che tra azienda e lavoratore si instaura un rapporto paritario più che subordinato. O forse è l’azienda stessa che si è subordinata al suo subordinato?

Fabrizio Amadori

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Il patrimonio intellettuale

Il particolare momento storico che stiamo vivendo tra i segnali sempre più forti di ripresa da parte delle aziende ed il diffuso persistente pessimismo invita a fare riflessioni su un patrimonio spesso dimenticato che è quello intellettuale. Non intendo aggiungermi al coro di quelli che dicono che le imprese italiane sono ancora lontane dagli standard europei e mondiali. I dati economici dicono che il deposito di brevetti è in aumento e questo è un dato positivo.
Occorre probabilmente ricordare con forza che le imprese italiane sono ricche di potenzialità intellettive che vanno sfruttate meglio, che esistono talenti di intelligenza in molti italiani che devono emergere.
E’ necessario superare la sfiducia nella tutela che la brevettabilità offre.
Un brevetto ben strutturato nella sua descrizione e nelle sue rivendicazioni, una volta ottenuto, è certamente difendibile in Italia e nel mondo. I tempi sono meno lunghi di quanto si afferma con troppa facilità.
Certo la difesa deve essere complessa, anche da un punto di vista tecnico, deve prendere in considerazione in modo analitico la legge e la giurisprudenza, deve saper scavare nel profondo, per essere vincente.
L’avvocato, mi sia consentito dirlo, deve in primo luogo aver capito il brevetto per poterlo difendere, anche se inizialmente l’aspetto tecnico gli risulta estraneo. Almeno questa è la mia visione del problema.
Una difesa legale ben strutturata e forte può consentire accordi con chi ha copiato o tenta di copiare il brevetto, in via stragiudiziale da subito o in corso di causa , accordi che saranno importanti da un punto di vista economico per l’azienda stessa
Se la concorrenza va accettata, anzi auspicata, questo non significa che si deve rimanere inermi di fronte a chi copia o sfrutta un’ idea, già brevettata e talvolta frutto di investimenti, di un lungo lavoro di gruppo, di ricerca all’interno dell’azienda.
I concorrenti infatti quando sperimentano o vengono a sapere che un imprenditore non teme di difendere il proprio patrimonio intellettuale sono più prudenti.
Nel momento in cui poi con sempre più forza l’impresa si apre all’internazionalizzazione e si spinge verso mercati nuovi, la ricchezza del patrimonio intellettuale e la presenza di un” defensor”, sono essenziali.
Brevettare significa investire in persone e risorse per valorizzare e difendere idee, cercando in anticipo tutti gli errori in cui non si deve incorrere.
Il discorso è complesso e merita approfondimenti tematici difficili, al momento non consentiti in questo scritto.
I costi per la difesa di un brevetto saranno ampiamente ripagati dai vantaggi economici che ne deriveranno e da una più forte presenza sul mercato, anche in termini di immagine.
Claudio Gandini, avvocato di impresa
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A gennaio 70mila occupati in più

Secondo l’Istat a gennaio 70mila occupati in più: posti fissi in crescita di 99mila unità, in calo i dipendenti a termine (-28mila). 

Il 2016 si apre con un balzo in avanti degli occupati: a gennaio ci sono 70mila persone al lavoro in più rispetto a dicembre 2015, frutto di una crescita di 99mila dipendenti con contratto permanente e di una contrazione di 28mila occupati a termine e di mille autonomi. Resta stabile la disoccupazione, mentre gli attivi diminuiscono di 63mila unità, anche in questo caso trainata essenzialmente dai contratti a tempo indeterminato che registrano un incremento di 426mila unità: più contenuta la crescita dei dipendenti con contratti a termine (+22mila), mentre gli indipendenti, cioè collaborazioni e partite IVA, diminuiscono di 149mila unità. 

Gli stessi dati Istat evidenziano come il tasso di disoccupazione nella fascia tra 15 e 24 anni rimanga su livelli molto alti, al 39,3%, e in crescita dello 0,7% su dicembre 2015, ma in calo dell’1,6% su gennaio 2015. Dal calcolo del tasso di disoccupazione sono esclusi i giovani inattivi che non cercano lavoro spesso perché studiano; l’incidenza dei disoccupati tra i 15 e i 24 anni sul totale dei giovani della stessa fascia d’età in Italia è pari al 10%, come a dire che un giovane su 10 è disoccupato. 

Il tasso di disoccupazione resta invariato all’11,5%, lo stesso livello di dicembre, in calo dello 0,7% su gennaio 2015. 

Nel confronto annuale, l’incremento occupazionale maggiore interessa la fascia d’età tra 50 e 64 anni (+1,8%), mentre nel confronto congiunturale, rispetto a dicembre 2015 la crescita maggiore ha interessato le due fasce d’età più “mature”, comprese tra 35-49 anni e 50-64 anni, che registrano un incremento dello 0,3%. 

A gennaio la decontribuzione sui nuovi contratti a tempo indeterminato si è ridotta: 40% di sgravio per due anni, con un limite a 3,250 euro annui (fino a dicembre 2015 lo sgravio durava tre anni con un tetto a 8.060 euro). 

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