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L’IoT e l’arredamento per ufficio

progettazione arredamento ufficio

Si chiama IoT, ergo Internet of Things. Una vera e propria rivoluzione che parla di oggetti connessi tra loro con l’obiettivo di facilitare la vita delle persone. In ambiti molteplici e anche distanti tra loro: ufficio, case, attrezzature per il lavoro, condizionatori ecc.
L’IoT è un fenomeno non certo nuovo ma in continua evoluzione perché sono in continua crescita i dispositivi “connessi” e in grado di produrre una gran quantità di dati, ergo i “big data”.
Con IoT si intendono tutti quei dispositivi che si collegano a internet o tra di loro grazie a una rete. L’Obiettivo? Semplificare, ottimizzare e risparmiare. Una triade sempre più necessaria soprattutto in ufficio dove un risparmio di tempo diventa un maggior guadagno e dove ottimizzazione diventa sinonimo di maggior efficienza.

Qualche numero per spiegare la grandezza di questo fenomeno: In Italia i ricavi del settore Internet delle Cose o Internet of Things (IoT) nel 2020 sono valutati al 5,4% del PIL e per quella data il mercato degli oggetti connessi in rete nel nostro Paese crescerà ad un tasso medio annuale del 20,4%. Questi i dati diffusi ad agosto dall’Ufficio studi di Confartigianato. Tra i settori maggiormente interessati dalle soluzioni IoT vi sono il manifatturiero, il trasporto e la logistica, l’autoriparazione e l’impiantistica (interessata dallo sviluppo della domotica), in cui operano 800.305 imprese artigiane con 2.077.433 addetti, che rappresentano il 73,6% dell’occupazione dell’artigianato.

Secondo quanto si legge nel nuovo studio di Gartner, si stima che la IoT includerà 26 miliardi di unità installate entro il 2020 sparse per l’intero globo e, per quella data, i fornitori di prodotti e servizi per la IoT genereranno entrate incrementali di oltre 300 miliardi di dollari, la maggior parte in servizi.

L’IoT entra nell’arredamento per ufficio

E cosa succede quando la tecnologia entra in ufficio? Connessione si traduce in ottimizzazione dei tempi e degli spazi, ottimizzazione dei costi e un valore aggiunto per l’efficienza di chi quell’ufficio lo vive. Alcuni esempi di oggetti intelligenti? Termostati, videocamere, rilevatori di luminosità, rilevatori di umidità, orologi, warable (oggetti da indossare come braccialetti connessi e orologi) e sensori ambientali e territoriali.

Grazie a questo nuovo modo di pensare l’interazione con oggetti e web, gli spazi aziendali diventano più efficienti sia per i lavoratori che per i datori di lavoro.
Ad esempio nelle sale riunioni possono essere utilizzati dei sensori che rilevano il numero di persone presenti cosi da creare uno storico di dati e capire, in caso di incontri di lavoro non prefissati, qual è la disponibilità in tempo reale di uffici e sale.

Illuminazione e clima

Anche l’illuminazione sarà un elemento che potrà essere rivoluzionato dalle tecnologie IoT. Una buona regolamentazione della luce infatti garantisce un ottimo risparmio economico e l’IoT serve già a questo soprattutto nelle città. Negli uffici invece la luce può essere regolamentata sulla base delle persone all’interno delle sale e sull’utilizzo effettivo degli spazi. Non solo la luce, ma anche il raffreddamento, il riscaldamento e la qualità dell’aria.

Scrivanie e postazioni

Sulle scrivanie possono essere posizionati dei sensori. Questi rilevano la presenza o meno di una persona alla scrivania cosi da permettere al sistema di rendere nota o meno la disponibilità. Oltre naturalmente la possibilità di regolare una serie di applicazioni e funzionalità direttamente dalla scrivania.

Per arrivare a realizzare un ufficio “connesso” è necessario prima di tutto affidarsi ad aziende specializzate che offrono un servizio chiavi in mano, dalla progettazione alla realizzazione complessiva dell’ufficio.

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Economia/ImpreseVarie

Bilancio delle imprese nel 2017

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Milano seconda in Italia con 299 mila imprese attive ma prima per addetti. Lombardia, prima con il 16% delle imprese nazionali e il 24% degli addetti. Prime in regione, dopo Milano, Brescia, Bergamo e Monza e Brianza
In Italia prime Roma, Milano, Napoli e Torino. Primi settori: commercio, costruzioni, attività immobiliari e manifatturiero

Con oltre 299 mila sedi d’impresa attive (5,8% del totale nazionale), Milano si colloca al secondo posto nella classifica delle province italiane per numero di imprese, dopo Roma che ne ha 355 mila (6,9%), ma è prima per numero di addetti con 2,1 milioni (12,4% nazionale) contro gli 1,5 milioni (9,1%) di Roma, che è seconda secondo i dati della Camera di commercio. Al terzo posto ci sono Napoli per imprese (238 mila, 4,6%) e Torino per addetti (733 mila, 4,4%). Il territorio di Monza e Brianza è 17° in Italia per numero di imprese (64 mila) e 23° per addetti (233 mila). Lodi ha 15 mila imprese e 42 mila addetti. E se sono stabili a 5,2 milioni le imprese nazionali, crescono le città maggiori, a Napoli +1,6% pari a 3.842 imprese attive in più, Roma +1,3% (4.423 imprese in più), e Milano +0,9% (quasi 2.793 imprese in più). Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi su dati del registro delle imprese al terzo trimestre 2017 e 2016.

Le imprese lombarde. La Lombardia chiude il 2017 con 818 mila imprese attive e 3,9 milioni di addetti. È la prima regione in Italia per concentrazione di imprese, il 16% del totale nazionale, e addetti, il 24% nazionale. La seguono per imprese Lazio e Campania con quasi mezzo milione di imprese l’una (9% italiano), Emilia Romagna e Piemonte con circa 400 mila l’una. Per numero di addetti dopo la Lombardia vengono Lazio (1,8 milioni), Veneto (1,6 milioni) ed Emilia Romagna (1,5 milioni). Tra le province dopo Milano che è prima con 299 mila imprese e 2 milioni di addetti, vengono Brescia (con 107 mila imprese e 402 mila addetti) e Bergamo (con 85 mila imprese e 376 mila addetti). Monza e Brianza è quarta con 64 mila imprese, viene poi Varese con 62 mila. Il settore che pesa di più è il commercio con 197 mila imprese, seguito da costruzioni (134 mila) e manifatturiero (97 mila). Quindi il settore immobiliare (67 mila imprese) e l’agricoltura (46 mila). In un anno crescono soprattutto il settore della fornitura di energia (+4,1%), servizi di supporto alle imprese (+3,7%) e istruzione (+3,5%).

Come cambiano le imprese in un anno. Crescono dello 0,9% le imprese a Milano tra 2016 e 2017, contro una sostanziale stabilità lombarda (+0%) e italiana (-0,1%). Crescono gli addetti, +6% a Milano, +4,1% in Lombardia e +1,8% in Italia. In crescita anche Monza e Brianza, +0,4% le imprese e +2% gli addetti. Tra i settori che pesano di più, si trovano il commercio (75 mila imprese tra ingrosso e dettaglio a Milano, 16 mila a Monza e Brianza, 3.500 a Lodi), le costruzioni (41 mila a Milano, 12 mila a Monza, 3 mila a Lodi), le attività immobiliari (30 mila a Milano, 6 mila a Monza e mille a Lodi) e manifatturiere (29 mila a Milano, 9 mila a Monza e Brianza e 1.500 a Lodi).

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Bitcoin: Babilonia o Bolla?

Trattasi di una tra le tante cripto valute: moneta virtuale nata nel 2009. Non esistono banconote, non è legalmente riconosciuta in nessuno stato del mondo e non ha un supporto fisico; eppure il valore iniziale nel gennaio 2017 era pari a 997 $, il valore di assestamento al 12.12.2017 è stato pari a 17.800$. Le transazioni esistenti non sono illegali e non sono tutelate da alcuna legge al mondo. Gli scambi si realizzano quando persone trattano una qualsiasi tipologia di merce per bitcoin riconoscendo quest’ultima come moneta, ne accettano il valore ed il corrispettivo ed hanno piena fiducia economica nella possibilità di poterla scambiare, in seconda battuta, ricevendone in contropartita altre merci. La primaria differenza dalle monete correnti ( euro, dollaro, sterlina ecc..) è che il bitcoin non è governato e controllato da nessuna Banca Centrale. Tutte le transazioni occorse ed occorrende sono registrate su un libro mastro pubblico che si chiama “Blockchain”. L’operatività si basa su un protocollo predefinito chiamato “peer-to-peer”, strumento che funziona in maniera identica a quello utilizzato per scaricare e condividere file on-line. E’ importante specificare che il bitcoin viene creato tramite un sistema informatico chiamato “ mining”, con distribuzione delle monete in modo assolutamente casuale, ed ha intervalli regolari durante tutta la giornata.

Può richiederlo solamente chi ha attivato sul proprio computer un software idoneo. Il loro debutto è avvenuto quando in Italia scoccava la mezzanotte di domenica, presso la borsa di Chicago: nelle prime 24 ore il valore dei bitcoin è salito di oltre il 20 % mandando in tilt il traffico sulla piattaforma di Chicago. Occorre specificare che presso la Cboe Futures Exchange di Chicago si sono scambiati “futures” ovvero contratti specifici attraverso i quali un compratore ed un venditore trovano un formale accordo sul valore futuro di una merce (grano, oro, petrolio ecc..), oppure su uno strumento finanziario, oppure ancora sull’andamento di un specifico mercato (Piazza Affari, Francoforte, Wall Street ecc…). Nel nostro caso un “futures” su bitcoin permette legalmente di scommettere sul suo possibile rialzo e/o ribasso, acquistandolo oggi ad un prezzo definito e certo per poi entrarne in possesso ad una data contrattualmente prestabilita. Urge precisare lo scetticismo verso i bitcoin, esternato per mesi dagli esperti finanziari di tutto il mondo: ciò a causa dell’estrema volatilità della valuta e per la sua straordinaria, e forse anche un poco pazzesca, crescita in un mercato oggi ormai piatto. Basti pensare che dal 01.01.2017 al 12.12.2017 il bitcoin si è rivalutato del 1.500 %.

Ad oggi ve ne sono in circolazione circa 17 milioni ed è stato stabilito un tetto massimo di emissione pari a 21 milioni di pezzi. Arrivati a tale numero il processo si arresterà automaticamente. Si vede quindi che risulta essere estremamente minimo un eventuale pericolo di inflazione sulla valuta, non essendo previsto effettuare iniezioni di denaro da un altro Ente come una Banca Centrale per una qualsiasi valuta monetaria in corso. Chi è in possesso di un bitcoin può di fatto depositarlo in un portafoglio virtuale che gli permette di spenderlo sul web e/o in negozi reali che accettano questa valuta come modalità di pagamento. Urge precisare che tutte le principali Banche di investimenti, ad esclusione dell’unica Goldman Sachs, hanno dichiarato apertamente di essere contrarie ad operare su uno strumento finanziario così volatile, tanto da non voler introdurre derivati su bitcoin sulla stessa piattaforma sulla quale sono scambiati beni tradizionali. Un ultimo accenno sulla eventuale esplosione di una bolla legata ai bitcoin: oggi la capitalizzazione del bitcoin ammonta a 240 miliardi di dollari, le azioni quotate in tutte le borse del mondo valgono 80 mila miliardi di dollari. Anche ipotizzando che il prezzo del bitcoin dovesse crollare a 0, le perdite economiche sarebbero equivalenti a meno dello 0,6 % delle sole azioni americane: forse un azzardo, ma io ci scommetterei!!

 

Testo di Fabio Accinelli

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Regalo giusto? E’ questione di neuroscienza

Natale alle porte. Tutti vogliamo fare un dono alle persone a cui vogliamo bene. Studi cerebrali di Neurovendita dimostrano che quando riceviamo un regalo “gradito” cresce l’ossitocina, l’ormone dei legami di attaccamento. Tutti vogliamo evitare il regalo di Tiziano Ferro “mai aperto, lasciato in treno o mai accettato”. In un mondo dove si può comprare ovunque ad ogni ora, le difficoltà crescono. L’eccesso di proposta crea una sorta di ansia. Non si sa cosa fare. Si ha paura di sbagliare e rimpiangere di non aver scelto il regalo “giusto”. Ecco perché oltre il 39% degli Italiani si ritrova a fare regali “last minute”. Ecco quindi alcuni consigli per fare centro sotto l’albero, basati sulle Neuroscienze:

  • Più che il regalo conta cosa scrivete nel biglietto che lo accompagna. Iniziate sempre con “Ciao xxx, ho deciso di farti questo regalo perché…”. La parola “perché” è un termine magico per il nostro cervello. Rimanda all’idea che qualcuno ci abbia pensato, ci emoziona, da un significato al dono. Scrivete personalmente a penna il biglietto. Mai al Pc. Create una storia al vostro regalo, così sarà indimenticabile. A pochi euro trovi la pallina “nothing”, è vuota per chi ha già tutto, da abbinare ad un biglietto.
  • Non rimandate! Evitate i gift box, buoni acquisto o denaro. Di fatto state comunicando alla persona che non sapete cosa regalarle, che non vi importa, che non avete fatto fatica a trovare quel dono, che non le avete dedicato tempo. “Meglio sbagliare che non rischiare”. Meglio non regalare nulla piuttosto che spostare il problema su chi riceve il dono.
  • Prima di buttarvi nella ricerca frenetica sperando che arrivi l’ispirazione, cercate di chiarirvi le idee su chi lo riceverà. Quali sono le sue passioni? Cosa la emoziona? Cosa le piace? Cosa desidera? Cosa teme? Qual è il momento in cui l’avete vista davvero felice? Cosa volete farle provare? Queste domande servono a concentrare l’attenzione su chi riceverà il dono senza farvi distrarre dalle mille proposte on-line e offline.
  • Il cervello umano non ricorda gli oggetti ma le esperienze che vive grazie ad essi. Un biglietto di un concerto è carta stampata, ma consente di ascoltare dal vivo il proprio artista preferito. Una cena in un posto esclusivo, vale per il fatto di essere condivisa e raccontata. Quindi insieme al regalo fate visualizzare alle persone l’esperienza che potranno vivere. Inventate un modo diverso di consegnare il regalo. Anticipatelo. Posticipatelo. Nascondetelo in un posto inusuale. Mimetizzatelo così da aumentare la sorpresa. Fatelo cercare come una caccia al tesoro seminata di indizi.
  • Oltre il 45% del cervello elabora informazioni provenienti dai 5 sensi. Scegli un dono sensoriale. Un regalo si tocca, si annusa, si mangia, si guarda, si ascolta. Evitate tutto quello che è “intangibile”. Se regalate un viaggio, date concretezza al dono ad esempio stampando le foto dei luoghi che si visiteranno!

Ricordate sempre che il segreto a Natale è divertirsi. E in fondo con un cervello rilassato (senza cortisolo) e pieno di zucchero (glucosio), siamo tutti davvero più buoni!

Testo di Lorenzo Dornetti 

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La cosiddetta rabbia araba

Donald Trump ha deciso di esporre la politica statunitense alla “rabbia” araba. Ha sbagliato? Che Trump non sia un genio politico – e probabilmente neppure imprenditoriale – siamo in molti a pensarlo. Un furbo, forse, anzi di certo: la furbizia però – dico sempre – è la parente povera dell’intelligenza, ed è assai diffusa tra i (nati) ricchi. Trump deve essere molto furbo.  Non posso però dare un giudizio conclusivo su di lui come politico: aspetterei la fine del suo primo mandato per pronunciarmi.
Queste le premesse, il mio punto di vista attuale sul signor Trump. 
Detto ciò, fa rabbia vedere ogni volta un gruppo di arabi esagitati di fronte alle mosse statunitensi quando si tratta della questione palestinese, o di Gerusalemme: infatti, si sono forse dimenticati di “Settembre nero” e delle numerosissime volte che i palestinesi sono stati presi a pesci in faccia, per non dire sterminati, da altri arabi? Si sono cioè dimenticati – o forse non sanno? – che i giordani massacrarono decine di migliaia di palestinesi nel 1970? Decine di migliaia! E questo perché minacciavano la monarchia di Amman. Guai a dirlo però: il nemico permanente non può essere un altro popolo arabo. No, il nemico è uno solo, Israele. Ma queste folle esagitate non si rendono conto di risultare ridicole? Israele è uno Stato nato con molti “se” e “però”, lo sappiamo tutti. Ma vogliamo fare la conta degli Stati che non sarebbero mai dovuti nascere? Magari troviamo anche parecchi Stati arabi (e pure europei, a partire dall’Italia). No, il punto vero è un altro: questa massa di ignoranti esagitati, che si fanno manipolare come dei fantocci dai soliti burattinai i quali spesso non sono neppure musulmani, trovano facile attaccare gli israeliani, che formano l’unico popolo liberaldemocratico della zona, perché non potrebbero prendersela con tutti i tiranni, gli assassini, i millantatori, i bugiardi, i re e reucci (sultani e sultanucci) della zona che non hanno alcun interesse a dire come stanno veramente le cose, né a cambiarle. Le cose stanno che se Israele non fosse circondato da enormi masse straniere nemiche, frustrate per questioni che con lo Stato ebraico non c’entrano niente – ma con i loro corrotti governanti arabi sì -, masse alla ricerca perenne di valvole di sfogo per il loro ingiusto malessere generale, ebbene, Israele stesso risulterebbe uno Stato migliore. Infatti, come può esserlo uno che si trova in una situazione di guerra permanente? A molti osservatori europei sembra sfuggere il fatto che non si può giudicare lo Stato ebraico con il metro di misura di chi sta in pace, perché Israele in pace non è. Non lo è da quando è nato. Israele è uno Stato con i suoi limiti, ovviamente: ma non merita di scomparire. Qualcuno pensa forse il contrario? Ha dimostrato di saper crescere e svilupparsi anche dal punto di vista dei diritti umani e delle libertà personali, cosa che non si può dire dei Paesi attorno. Si può affermare lo stesso, ad esempio, del signor Assad e del suo meraviglioso Stato siriano? Se Israele non merita di esistere il regime di Assad sì? Putin, che fa tanto il vecchio saggio, non pensa che tra Assad e Nethaniau abbia più titoli per dire la sua il secondo? Per non parlare del signor Erdogan, una macchietta della politica internazionale, se non fosse che guida uno Stato abbastanza importante (vediamo ancora per quanto: per quanto il cosiddetto Sultano lo governerà e per quanto la Turchia rimarrà importante con lui al potere). E invece cosa è successo? Che pure in Siria la gente, che onestamente avrebbe altro di cui occuparsi, e in molti casi da rimproverarsi, si permette di alzare il ditino contro Israele. Una situazione ridicola che dà la misura di questa incredibile farsa che da decenni si consuma nel Vicino Oriente. 
Conclusione: la gente araba – e più in generale musulmana – merita di vedere crescere il proprio benessere a 360 gradi, vorrei che questo fosse chiaro, anzi chiarissimo: solo, sbaglia doppiamente a pensare di poterci riuscire colpendo il bersaglio sbagliato. Perché così se la prende con chi non ha colpe e, in tal modo, permette a chi ce le ha di continuare a fare i propri comodi. Le vittime insomma sono due: i popoli arabi poveri e gli israeliani. Non lo sono coloro che hanno interesse a tenere nel malessere generale, e nell’ignoranza, le masse del Vicino Oriente, e a usare Israele come loro valvola di sfogo. 
Forse è venuto il momento da parte di tutti, compresa l’Europa, di spiegare ai popoli dei Paesi arabi che le ragioni del loro malessere stanno dentro,  e non fuori, i confini dei propri Stati. E poi, che fine hanno fatto le “primavere arabe”? Questo chiederei adesso ai ragazzi che sono scesi in piazza contro gli israeliani. Lo chiederei ai ragazzi, ma anche ai governanti occidentali, i quali accettando alla fine di sostenere dittatorelli dell’ultima ora al posto di regimi democratici nel Vicino Oriente e nell’Africa settentrionale hanno fatto il gioco di chi sfrutta l’odio nei confronti di Israele per un proprio tornaconto personale: l’odio cioè nei confronti di uno Stato che, onestamente, dai tiranni è sempre stato ben lontano.
Testo di Fabrizio Amadori
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Unione Europea e black list: il solito compromesso

Sono trascorsi oltre due anni di discussioni fino ad arrivare a ieri, dove a Bruxelles i 28 hanno approvato una lista comprendente 17 paradisi fiscali, documento assolutamente controverso e poco credibile, tanto da essere subito tacciato di inidoneità anche dall’Organizzazione non Governativa Oxfam: una confederazione internazionale di organizzazioni no profit che si dedica alla riduzione della povertà globale. Il fulcro è la incongruenza nella scelta dei paesi inclusi nella lista nera tanto che a Bruxelles non si è ancora trovata una posizione comune neppure sulla tassazione delle imprese digitali.  Una vera e propria figuraccia che ha accentuato difficoltà, spesso insormontabili, tanto che i 28 in riunione si sono visti costretti a rinviare il controverso e difficile dossier relativo alla tassazione delle multinazionali digitali definita “web tax” alla Commissione Europea e quindi alla Comunità Internazionale. Punto focale al momento apparentemente insormontabile, su tale posizione, è la definizione del concetto di “ stabilimento virtuale permanente” che ha portato i ministri delle finanze UE a richiedere con sollecitudine un accordo globale. La definizione e quindi il riconoscimento di “paradiso fiscale” si basa su tre criteri, concordati tra tutti i paesi quali: trasparenza fiscale, applicazione delle norme Ocse sui trasferimenti economici dei profitti da un paese all’altro e tassazione equilibrata. Si è trattato di discutere in maniera sofferta, complicata ed anacronistica, il tutto per tentare di trovare “il solito compromesso” che non andasse ad urtare  gli interessi personali di ciascun governo. Come se ciò non bastasse, sono sorte ulteriori suddivisioni anche sulla necessità di adottare sanzioni pecuniarie nazionali contro quelle società europee che risultano avere rapporti diretti con le giurisdizioni individuate come paradisi fiscali. Di riflesso le 17 nazioni inserite in questo elenco hanno promesso (senza determinare il quando) che applicheranno misure più trasparenti. Nel dettaglio vi è una “lista nera” con piccole giurisdizioni come Macao,  isole Marshall, Paesi con cui la UE ha firmato importantissimi accordi commerciali bilaterali come la Corea del Sud, paesi con cui si intrattengono profondi legami politici come la Tunisia, paesi che risultano essere fondamentali  investitori finanziari come Emirati Arabi Uniti e così pure paesi, definiti poveri, come la Mongolia. Una seconda lista detta “grigia” comprende 47 giurisdizioni che hanno promesso, a parole, obblighi di trasparenza tra le quali San Marino, Turchia, Svizzera, le isole Cayman, Jersey o Guernesey. Nel dettaglio  le giurisdizioni della suindicata lista avranno 1 anno per mettersi in regola se trattasi di paesi sviluppati, 2 anni se sono paesi in via di sviluppo: comunque non si tratta certamente di un elenco chiuso ma bensì sempre in movimento. In ultimo ma non per importanza urge specificare che esistono profonde differenze tra la “lista nera “ definita dalla UE e quella indipendente della rete globale Ocse. Il  limite maggiore evidenziabile è quello sulla trasparenza  e sullo scambio automatico di informazioni, perché l’Ocse ha criteri di classificazione di paesi che sono pubblici e misurabili partendo dalle basi legali nazionali per il funzionamento di standard di scambio ed informazioni fiscali. Infatti, come spiega l’ultimo rapporto Ocse, tra l’essere “compliant” nella legislazione e attivare gli scambi con le altre giurisdizioni il passo è lungo.
Testo di Fabio Accinelli
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Per comprare il loro posto al sole i paperoni italiani preferiscono Spagna e Brasile

L’inverno è alle porte e per tutti è tempo di prepararsi ai mesi più freddi dell’anno. Per tutti o quasi: per qualche fortunato infatti le festività natalizie sono il momento perfetto in cui partire verso la seconda casa al caldo. LuxuryEstate.com  partner di Immobiliare.it per il settore degli immobili di prestigio, ha analizzato le richieste dei nostri connazionali scoprendo come Spagna e Brasile siano i due Paesi più gettonati per comprare proprietà di lusso che consentano di svernare.
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Lombardia, 66 mila imprese al servizio del Natale

Lombardia: sono 66 mila le imprese attive nei settori più legati a Natale, dalla produzione di pasticceria e spumante, alla fabbricazione e commercio di giocattoli, gioielli, dai ristoranti e bar alle agenzie di viaggi e tour operator. Pesano il 14% di tutte le imprese italiane attive nel settore, 469 mila e danno lavoro a 327 mila addetti su 1,8 milione di addetti nel settore in Italia. Hanno un business di circa 1,5 miliardi in regione per il mese, di cui circa un miliardo di affari a Milano.
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Conoscere i costi dell’investigatore privato

Chi desidera rivolgersi a un investigatore privato potrebbe essere interessato a sapere a quali costi andrà incontro. Le tariffe che vengono applicate nel settore variano, ovviamente, in base al tipo di servizio che si richiede, e quindi alle tecnologie e alle attrezzature di cui ci si deve servire per raggiungere l’obiettivo. Anche la durata delle indagini più incidere sul prezzo finale: è chiaro che un’inchiesta che dura una settimana presuppone dei costi differenti rispetto a una che dura un paio di mesi. In sintesi, la difficoltà della prestazione professionale va a influenzare e a determinare il costo.

Le voci che incidono sui costi dell’investigatore privato

Sui costi dell’investigatore privato incide, per esempio, il numero di ore che si ritengono necessarie per lo svolgimento delle indagini e per il conseguimento degli obiettivi che devono essere raggiunti. La finalità degli atti investigativi determina le attività da progettare e mettere in pratica, ma per una corretta valutazione delle tariffe è necessario pensare anche alla oggettiva complessità delle indagini e al dirito che si ha in mente di esercitare in sede di giudizio. Ma non è tutto, perché le prestazioni fornite sono condizionate anche dai luoghi in cui le indagini devono essere svolte e dagli spostamenti che ne derivano. L’attività di ricerca delle informazioni e di raccolta dei dati può essere più o meno lunga e più o meno complessa: ecco perché a volte ci pu&ogr
ave; essere la necessità di coinvolgere più di un investigatore per garantire il buon esito dell’incarico.

Proseguendo nella disamina dei fattori che contribuiscono a far salire il prezzo dei servizi di un’agenzia di investigazioni private, occorre menzionare anche il numero di veicoli che devono essere utilizzati per i pedinamenti e per gli spostamenti. Non possono essere trascurate le eventuali criticità per l’incolumità delle persone coinvolte, non solo dal punto di vista fisico, ma anche sotto il profilo giuridico. Infine, l’ultimo ma non meno importante aspetto è quello che chiama in causa le tecnologie che devono essere impiegate e che sono destinate a supportare lo svolgimento delle indagini agevolando le attività degli investigatori privati.

Come è fatto un preventivo di un’agenzia investigativa

Chi è interessato a usufruire dei servizi di un investigatore privato e vuole avere un’idea di quanto potrebbe spendere non deve fare altro che richiedere un preventivo: in linea di massima esso viene fornito in modo gratuito e senza impegno. I preventivi includono i vari costi da sostenere, i quali comprendono tutti gli aspetti operativi e tecnici delle indagini, dal colloquio preliminare all’analisi della fattibilità del caso, passando per il momento del conferimento dell’incarico professionale. Il piano di esecuzione del servizio è seguito da uno o più sopralluoghi: dopodiché è il momento della ricerca e della raccolta delle informazioni del caso.

A questo punto si può continuare con gli appostamenti e i pedinamenti: quelli che, in gergo tecnico, rientrano nel novero delle osservazioni dirette e dinamiche. Nel caso in cui ve ne sia la necessità, l’installazione di localizzatori GPS può accompagnare le riproduzioni di foto e filmati. Quando l’indagine è arrivata al termine, viene redatto un report, che contiene un certo numero di allegati; eventualmente, le testimonianze potranno essere utilizzate anche in sede giudiziale.

Nell’analisi dei costi di un investigatore privato c’è da tener presente che a volte le agenzie si possono rivolgere a collaboratori esterni: si può trattare di tecnici, di investigatori titolati di licenza o di periti, magari coinvolti in indagini che presuppongono competenze specifiche. Ovviamente, se è necessario contattare un consulente, uno psicologo, un avvocato, un perito informatico o qualsiasi altro professionista, le tariffe sono destinate ad aumentare. Insomma, non si deve pensare che scegliendo un investigatore privato che costa poco si compia l’affare più conveniente: il risparmio, infatti, può essere sinonimo di un servizio di scarsa qualità.

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Le figure professionali maggiormente richieste dalle agenzie SEO

La rapida ascesa di Internet nella vita di tutti i giorni e l’evoluzione delle abitudini dei consumatori ha portato alla nascita di nuove forme pubblicitarie e di nuove opportunità di guadagno per le imprese.
Fra le nuove professioni del mondo del Web Marketing emerge una nuova figura professionale molto interessante: il Seo Specialist.

La Search Engine Optimization, infatti, diventa l’elemento essenziale per chi decide di affidarsi alla rete per raggiungere, attraverso un sito o un blog, il maggior numero di utenti possibili. Il cosiddetto ”posizionamento” fra le pagine di Google gioca un ruolo fondamentale per il successo o l’insuccesso di un brand, ed è per questo motivo che molte imprese si rivolgono alle web agency specializzate in materia. In questo articolo, verrà approfondita la professione del Seo Specialist e delle figure professionali che compongono un’agenzia che opera in questo ramo del Web Marketing.

Come si diventa un professionista Seo?

Il percorso da seguire per diventare un Seo Specialist non è affatto semplice e breve. In Italia, infatti, sono ancora pochi i soggetti in grado di scalare le vette dei motori di ricerca, e per proporsi sul mercato sotto queste vesti bisogna tenere in considerazione 3 step fondamentali: l’informazione, la sperimentazione e la pratica. L’informazione è il requisito primario: lo studio deve essere continuo e costante; il confronto con gli aspiranti colleghi, i forum di settore e i corsi di formazione professionale, rappresentano il punto di partenza per chi desidera approfondire questa materia. Una volta apprese le nozioni principali sull’argomento si passa alla fase della sperimentazione e della pratica. Lavorare su piccoli progetti personali, come ad esempio un blog che narra delle proprie passioni, rappresenta il percorso ideale per approfondire la teoria e mettere in pratica le proprie
competenze.

Quali sono le competenze necessarie di un Seo Specialist?

Un Seo Specialist che si rispetti possiede la maggiorparte di questi requisiti minimi, tra cui la conoscenza avanzata: – del funzionamento dei motori di ricerca;

  • dei linguaggi HTLM5, CSS;
  • dei principali CMS;
  • dei principali tools di link intelligence e dei principali software di Web Analytics;
  • degli emulatori di spider;
  • dei principali tools di Keyword research;
  • di Google Adwords.

Oltre a queste competenze indispensabili, la maggior parte degli specialisti sono formati anche in Marketing strategico e operativo.

Perchè rivolgersi ad un’agenzia Seo?

Quando si vuole promuovere la propria attività sul web bisogna adottare delle specifiche strategie mirate al raggiungimento dell’obiettivo secondo dei requisiti identificati a seconda del business da sponsorizzare. Rivolgersi ad una Seo agency è la soluzione migliore per non rischiare di spendere del capitale destinato alla sponsorizzazione in maniera errata e senza ottenere dei risultati.

All’interno di una agenzia Seo operano diverse figure professionali, fra cui:

  • il Social Media Manager: gestisce la comunicazione sui social;
  • il Web Analyst: si occupa di organizzare e analizzare i dati raccolti dai siti web o dalle campagne di advertising;
  • il Web content Manager: si occupa della creazione dei contenuti per il web;
  • i Web Designer ed i programmatori: si occupano della realizzazione e delle manutenzione dei siti internet;
  • il Digital Pr e il Digital reputation Manager: si occupano della reputazione online del brand e delle connessioni con gli Influencer, i Community Manager e gli stakeholder in generale
  • Adwords Specialist: specialisti in Google Adwords
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